Review party: Il giardino delle farfalle di Dot Hutchison

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Buongiorno lettori.

Oggi vi presento un altro thriller davvero inquietante:

“Il giardino delle farfalle” di Dot Hutchison!

Trama

Vicino a un palazzo isolato c’è un bellissimo giardino dove è possibile trovare fiori lussureggianti, alberi che regalano un’ombra gentile e… una collezione di preziose “farfalle”: giovani donne rapite e tatuate in modo da farle assomigliare a dei veri lepidotteri. A guardia di questo posto da brividi c’è il Giardiniere, un uomo brutale e contorto, ossessionato dalla cattura e dalla conservazione dei suoi esemplari unici. Quando il giardino viene scoperto dalla polizia, l’unica sopravvissuta viene messa in salvo e poi interrogata. Gli agenti dell’FBI Victor Hannover e Brandon Eddison hanno il compito di mettere insieme i pezzi di uno dei più complicati rompicapo della loro carriera. La ragazza, conosciuta solo come Maya, è ancora sotto shock e la sua testimonianza è ricca di episodi sconvolgenti al limite del credibile. Torture, ogni forma di crudeltà e privazione sembravano essere all’ordine del giorno in quella serra degli orrori, ma nel racconto della giovane donna, che ha delle ali di farfalla tatuate sulla schiena, non mancano incongruenze e salti temporali… Più Maya va avanti con il suo terrificante racconto, più Victor e Brandon si chiedono chi o cosa la ragazza stia cercando di nascondere…

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

«Noi lo chiamiamo il Giardiniere», disse in tono secco. «Appropriato, no?».
«Cos’è questo posto?»
«Benvenuta nel Giardino delle farfalle»

È così che Maya viene accolta nel Giardino delle farfalle. È lei a raccontare agli agenti dell’FBI, Victor Hannover e Brandon Eddison, ciò che è successo in quel giardino per così tanti anni.
Come capiscono subito, Maya non è il vero nome della ragazza seduta davanti a loro e sono inizialmente inutili i tentativi dell’agente Hannover di scoprire la sua vera identità.

«Dunque una rosa chiamata con un altro nome non è comunque una rosa?»
«Quello è linguaggio, non identità. Chi sei non è un nome, ma una storia, e io ho bisogno di conoscere la tua».
«Perché? La mia storia non le dice nulla sul Giardiniere, e non è attorno a questo che ruota la faccenda? Il Giardiniere e il suo Giardino? Tutte le sue Farfalle?»

Attraverso il racconto di Maya, scopriamo come il Giardiniere rapisce da tantissimi anni giovani adolescenti, le tatua disegnando una bellissima e specifica farfalla sulla schiena e poi diventano sue. Il Giardiniere è un uomo all’apparenza come tutti, all’Esterno ha una famiglia, una società, una casa e, probabilmente degli amici ma vive per il suo giardino e per le sue farfalle, convinto di amarle e dimostrare loro il suo amore eterno.

«Perché ci marchi?»
«Perché un giardino deve avere le sue farfalle».
«Non è possibile farla restare una metafora?».
Lui rise, un suono pieno e spontaneo. Era un uomo che amava ridere e non trovava tanto motivo per farlo quanto gli sarebbe piaciuto, pertanto l’opportunità lo rallegrava sempre. Col tempo si imparano molte cose, e questa fu una delle più importanti che appresi su di lui. Voleva trovare più gioia nella vita di quella che otteneva.

La storia di Maya e di tutte le altre Farfalle è sconvolgente, terribile e angosciante. Per certi versi mi ha ricordato il senso di oppressione, di prigionia, di annullamento della propria identità che ho avvertito guardando The OA. (Se conoscete la serie, sapete di cosa parlo.)

Maya è una ragazza forte, decisa, non ha mai più pianto da quando da piccola è stata dimenticata in un parco dai suoi genitori e ha sempre vissuto con un continuo senso di abbandono e noncuranza. All’interno del Giardino riesce a sopravvivere grazie ai libri, alle poesie di Poe che recita incessantemente mentre il Giardiniere la violenta e quest’immagine già di per sè, per me, è rappresentativa di una realtà così assurda e violenta. Maya ha un animo spigoloso, reso così da una vita dura che l’ha fatta maturare troppo presto e troppo duramente; il Giardino ha contribuito a rafforzarla e allo stesso tempo distruggerla in mille pezzi.

«Alcune persone restano spezzate. Altre raccolgono i cocci e li rimettono assieme con tutti i bordi taglienti bene in vista»

Ho trovato anche molto interessante come il suo personaggio si rapporti agli agenti dell’FBI a cui racconta del Giardino: un vago sentore di cameratismo, sospetto reciproco, ammirazione e pietà che intesiscono l’atmosfera. Tutto ciò unito a un leggero senso di attesa, come se dopo ogni pagina il peggio dovesse ancora arrivare.

«Siamo l’FBI; di solito la gente ci considera i buoni».
«E Hitler si considerava malvagio?».
Eddison si sposta proprio al bordo della sua sedia. «Stai paragonando l’FBI a Hitler?»
«No. Sto intavolando una discussione sulla prospettiva e sul relativismo morale».

Lo stile di Dot Hutchison è coinvolgente e ammaliante. Ha creato una struttura narrativa con continui sbalzi tra il presente rappresentato dalla sala degli interrogatori e il passato nel Giardino. Questo fa si che la narrazione in terza persona sia poi sostituita dalla prima persona di Maya. Una scelta non facile da utilizzare ma che l’autrice ha saputo gestire con estrema maestria.

Il giardino delle farfalle” è un thriller forte, inquietante e soverchiante. Se amate i thriller puri e sconvolgenti, è il libro che fa per voi.

Eravamo Farfalle e le nostre brevi vite sarebbero terminate nel vetro.