Recensione: La figlia di Odino di Siri Pettersen

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Buongiorno, figli di Odino! 

Dopo la tappa del blog tour dedicata all’ambientazione, 

oggi vi presento la mia recensione. 

Trama

Immagina di essere privo di qualcosa di cui tutti gli altri dispongono. Qualcosa che rappresenta la prova della tua appartenenza a questo mondo. Qualcosa di talmente vitale, che senza di esso sei una nullità. Una piaga. Una leggenda. Un essere umano. Hirka, che ha quindici inverni, all’improvviso apprende di essere una figlia di Odino, una creatura putrida e senza la coda, proveniente da un altro mondo. È disprezzata, odiata e scacciata da tutti. Non riesce più a trovare una propria identità, e qualcuno la vuole eliminare affinché tutto ciò rimanga un segreto. Ma ci sono cose ben peggiori degli esseri umani e Hirka non è l’unica creatura ad essersi introdotta attraverso i portali…

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

Hirka ha quindici inverni e vive insieme al padre nel piccolo paesino di Elveroa. Il mondo in cui vive è un luogo fantastico governato da un Veggente e dal Consiglio, composto da generazioni dalle famiglie più potenti e altolocate.
In un mondo in cui il Dono scorre nelle vene di tutti gli abitanti, dotati di una coda, Hirka è l’emarginata e l’esclusa perché è senza coda e non sa richiamare la Terra. Hirka ha una ferita alla base della schiena e il padre le ha sempre raccontato che è stato un lupo a strapparle la coda poco tempo dopo essere nata. Con questa convinzione lei e il padre viaggiano per il paese, stabilendosi in varie città e preparando preparati speciali e cure per gli abitanti.
Hirka viene emarginata ma sarebbe molto peggio se scoprissero che è nata senza coda e non sa richiamare a sé il Dono. Ed è questa la sua più grande paura mentre il Rito si avvicina.

Dunque le cose stavano proprio così. Era una creatura menomata che non era in grado di evocare. Era cieca di fronte al Dono. Le era stato negato ciò che tutti gli altri avevano. Era priva del Dono. E anche della coda. L’urlo di Kolgrim le echeggiò in testa.
Senzacoda 

Il Rito è un avvenimento molto importante nella loro cultura e consiste nel presentarsi davanti al Veggente e al Consiglio, dare prova del proprio Dono per poi essere indirizzati verso il proprio futuro. Per una ragazza priva del Dono, il Rito è un patibolo da cui non può sfuggire viva e questo pensiero la affligge soprattutto quando Rime, suo vecchio amico di infanzia, torna a Elveroa e le anticipa l’avvicinarsi dell’evento.
Tutto peggiora quando il padre le confessa il segreto legato alla sua nascita.

«Sei venuta al mondo senza coda, nel cerchio di pietre di Ulvheim, e non sei capace di evocare. Non so da dove vieni né chi tu sia, ma dobbiamo andarcene comunque. Se appartieni ai Senzacoda… se sei una figlia di Odino…»
Quella parola fu come una pugnalata al cuore, per Hirka.
«Se sei un menskr, il Consiglio lo scoprirà nel corso del Rito. Tu sei mia figlia. Nessuno porterà a termine il compito affidato a Olve. Io non voglio rischiare di perderti».

Rime fa parte della stirpe del Consiglio, sono amici da molto tempo ma come può confidargli il suo segreto?

L’uomo che le stava di fronte non era il rivale di quando erano bambini. Non era un amico. Era il rampollo di una casata potente. Era Rime An-Elderin. La sua era la stirpe del Consiglio.

Hirka è distrutta e dilaniata dalla consapevolezza di non far parte di questo mondo, di essere il “marciume“, la figlia di Odino, una senzacoda..
Dopo la rivelazione del padre sembra che tutta la sua vita sia appesa a un filo e comprende presto di non potersi fidare di nessuno, forse solo di quell’unica persona che non l’ha mai giudicata.. Rime.

 

Questa è solo una piccola parte della complessa trama che rappresenta “La figlia di Odino“: un romanzo composto da pilastri indistruttibili come l’ambientazione, gli intrighi di potere, i tradimenti, la fedeltà e l’amicizia.
È impossibile proseguire oltre nella trama perché la storia è così intrecciata e piena di accadimenti che finirei per raccontarvi tutto per filo e per segno!

I personaggi sono molteplici e molto ben caratterizzati. I principali sono ovviamente Hirka e Rime.

Hirka è una ragazza forte che nasconde il suo dolore dietro una corazza indistruttibile, è difficile piegarla e se cade si rialza ancora più forte. Eppure è solo una ragazza sola, alla ricerca di se stessa, della sopravvivenza e di quel poco di normalità che le viene negata così duramente.
Rime è un personaggio altrettanto sfaccettato. È un ragazzo cresciuto con un destino segnato all’interno del Consiglio, ma si rifiuta di proseguire quella strada per diventare un soldato al servizio del Veggente: un Kolkagga, “Soldati che non morivano mai“. Il suo rapporto con Hirka è bellissimo perché lei è sempre stata l’unica a non catalogarlo per il suo rango altolocato e a trattarlo come ogni altro bambino.

Così fecero un patto, sacro e un po’ ostile, come solo i bambini sanno fare. Da quel momento era iniziata la gara dei punti. E da allora entrambi ne avevano fatto le spese, varie volte. Avevano nuotato fino quasi ad affogare, si erano arrampicati fino a spaccarsi le dita, e avevano saltato facendosi molto male. Nessuno di loro voleva essere inferiore all’altro. Così tanta passione e così tanto dolore. E tutto per i punti! Delle semplici tacche, che mostravano le rispettive posizioni in quel duello incessante. Ma Rime non ricordava di averla mai vista piangere.

Rime, ancora adesso da adulto, continua a soffrire per le maschere che indossa ma prosegue verso i suoi obbiettivi nonostante la disapprovazione della sua famiglia.

Ma ormai non aveva più alcuna importanza. Aveva smesso di essere una pedina nel gioco del Consiglio. Aveva trovato il proprio posto. Era già morto.
[..] Non c’era nessuno che potesse considerarlo come uomo? Semplicemente come uomo, non come porta per accedere a un mondo diverso! Possibile che non ci fosse nient’altro di puro e di buono, al di fuori del Veggente?

L’ambientazione è semplicemente pazzesca!
(Trovate la mia tappa del blog tour dedicata al mondo di Siri Pettersen QUI)

Il mondo creato dall’autrice è complesso quasi quanto la storia stessa.
C’è Elveroa, il piccolo paese in cui vive Hirka.

Il paesino si trovava in una conca che si apriva verso il mare. I vecchi dèi avevano cercato di schiacciare i primi viaggiatori con il pollice; ma quelli erano del Nord, e non si erano dati per vinti. Così si erano fermati a vivere nell’impronta lasciata dal dito. Privi di difese in direzione del mare, ma protetti da rocce bluastre e fitti boschi che si estendevano fin dove Hirka riusciva a scorgere, a Est, verso la montagna di Gardfjella. A una certa distanza c’era l’Abisso, come una fenditura nella parete rocciosa. Il torrente Stridrenna sgorgava rumoroso e incessante da quella frattura, scorreva verso la vallata, e si snodava fino a raggiungere il mare. Le fattorie s’inerpicavano su per la scarpata verso le vette, circondate da piccoli fazzoletti di terra coltivata. Dal lato opposto della conca questi ultimi erano particolarmente fitti, perché lì era soleggiato per tutto il giorno.

E poi ancora la capitale nel cui centro vive il Veggente e il Consiglio, Mannfalla.

Tutto ciò che aveva sentito dire su Mannfalla era vero. La città avrebbe potuto accogliere in sé mezzo mondo. Case di tutte le forme e i colori possibili e immaginabili si addossavano le une alle altre. In alcuni punti formavano una rete di vie, in altri sembravano piazzate a casaccio, come rocce dopo una frana. L’abitato si allargava a ferro di cavallo intorno al fiume Ora, disseminato di navi e barchette sottili che sembravano fare soltanto la spola tra le due rive. E un po’ ovunque in città spuntavano guglie grigie.

Siri Pettersen usa una narrazione in terza persona con diversi cambi di pov e questo, unito al suo stile scorrevole, permette di vivere la lettura a tutto tondo.

“La figlia di Odino” è un romanzo avvincente e pieno di colpi di scena che mi ha tenuto col fiato sospeso per tutto il tempo.
È il primo libro della serie “The Raven Rings” e scommetto che sarà un crescendo di tensione e avventura: per Hirka, Rime e tutta Ymslanda è solo l’inizio.

Gli Orbi stanno arrivando.

«Sono assetati. Lo sapevi? Sono assetati del Dono. Sono stati assetati del Dono per mille anni. È per questo che sono venuti. Qualcuno dice che erano qui prima di noi. Che sono stati loro a costruire le porte di pietra. Andavano e venivano a loro piacimento. Prima di noi».