Recensione e presentazione a Tempo di Libri 2017: I difetti fondamentali di Luca Ricci

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Buongiorno, lettori.

Con il mio ormai tipico ritardo,

vi parlo di una raccolta di racconti che mi ha conquistata!

Inoltre, durante Tempo di Libri ho potuto partecipare a un incontro intitolato “Storie brevi” con degli ospiti di eccezione, tra cui proprio l’autore del libro.

L’incontro è stato presentato da Alessandro Giammei e insieme all’autore Luca Ricci, autore di “I difetti fondamentali” (il romanzo di cui vi voglio parlare), c’erano anche Antonietta Pastore, traduttrice (Murakami) e scrittrice (“Mia amata Yuriko“) e il traduttore Enrico Terrinoni (Joyce).

Ora vi riporto la bellissima presentazione riguardante Luca Ricci.

Alessandro Giammei:
“Ciò che mi viene in mente rispetto alla questione delle storie brevi è che c’è un motivo per cui siamo qui a parlare proprio di “storie brevi” e non di “racconti“. La traduzione in inglese è proprio “short stories“, non “tales“, ma nella nostra tradizione letteraria noi parliamo di “racconti“.

Mi è capitato recentemente di fare da consulente per la Penguin che vuole creare un’antologia di racconti italiani: Italian Short Stories. Fare da consulente per un progetto del genere è estremamente imbarazzante perché quando ti vengono in mente i racconti più belli della nostra tradizione letteraria sono racconti lunghi, non sono short stories; cioè, ad esempio, “Lo Scialle Andaluso” di Elsa Morante è lungo, è difficile da mettere in un’antologia.
Il genere breve non è familiare ai lettori italiani, è problematico e raccontarlo agli americani e inglesi non è naturale perché c’è anche tutta un’altra immagine dello scrittore che evolve dalle short stories al novel oppure rimane maestro delle short stories.

Farei una domanda a Luca Ricci a proposito di questo che è un caso veramente anomalo: molti lo chiamano ormai maestro del racconto breve italiano e a ragione, perché non solo è un autore che è rimasto fedele alla forma di racconto ma anche perché ha una dote che ai raccontisti italiani manca che è, invece, molto tipica altrove. Ha, infatti, la dote di costruire dei libri di racconti che sono veramente dei libri, che immagino nascano da un’idea unica e che hanno un’architettura che permette di leggerli come un romanzo, in un certo senso.

Come funziona l’idea? Pensi al libro direttamente e, in particolare, “I difetti fondamentali” è una risposta a una domanda sola?”

Luca Ricci:
“Sì, è un’osservazione giusta. Io penso a un libro di racconti non come a un contenitore che deve accogliere dentro di sé un materiale disperato o eterogeneo. Da questo punto di vista si veda, ad esempio, la raccolta “Il momento è delicato” di Ammaniti. Cioè in Italia passa il discorso che i racconti vanno bene però di romanzieri affermati su cui poi si fa un lavoro di recupero di materiale di scarto e si crea una raccolta di racconti.
Ecco, invece io lavoro nel verso opposto nel senso che probabilmente ho nei cassetti dei romanzi che sono scarti perché, tra una raccolta di racconti e l’altra, per riposarmi scrivo dei romanzi che poi non pubblico. Il contrario di quello che di solito avviene.

Per cui sì, penso proprio ai racconti non come a raccolte “Il meglio di“, una sorta di greatest hits o di materiali di scarto che devo recuperare per fare un’altra pubblicazione ma proprio come libri non figli di un dio minore, che hanno una loro organicità, che si compongono da storie completamente autosufficienti.
In questo caso il libro è composto da quattordici pezzi e voi potete leggere il primo, poi il secondo e poi il terzo oppure potete anche aprire a caso e avere comunque una storia che ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione.

I pezzi che compongono il libro, però, si tengono e hanno, come dire, una corporatura implicita perché la modernità dal punto di vista dei racconti è questa: mentre nel passato le grandi raccolte avevano la cornice esplicitata nel testo, qui non ci sono più queste cornici, che cadono e rimangono solo implicite.

Ad esempio in queste il collante, anche ambizioso e sopra le righe, è quello di parlare di scrittori. Quindi “I difetti fondamentali” non vi faccia pensare a un chick lit o a un romanzo rosa ma per “difetti” si intendono quegli degli scrittori. Quattordici protagonisti che però non sono miei alter ego, questo lo voglio sottolineare.

Alessandro Giammei:
“C’è un dialogo continuo con la letteratura, come se fosse esterna ai libri, come se fosse qualcosa da guardare che, rispetto a come lo fai tu, è una cosa che si faceva in maniera un po’ antipatica, un po’ maliziosa e discorsiva, come a dire “Si scriveva per gli scrittori quando si scriveva del mondo letterario” – invece qui è molto chiaro: chiunque può leggerli.

Quale letteratura c’è dietro di te? Perché, sebbene la short stories tenda ad essere un genere più praticato altrove, non sei quello che si dice uno storyteller. Quando ti si legge dai l’impressione di essere la traduzione di uno scrittore americano.
Quali sono gli autori su cui sei appollaiato?”

Luca Ricci:
Innanzitutto non è un libro che nasce per forza di cose da altri libri. Il discorso letterario nasce molto dopo che il piacere, la variazione narrativa e la storia ti offrono. L’ambizione è questa: mettere un ordine gerarchico.
In primo piano c’è una voce che, nel bene e nel male, è la mia che mi sono formato in vent’anni di frequentazione di questa modalità breve – poi su quanto debba essere breve un “racconto breve” ovviamente non ci sono indicazioni oggettive.
Devo dire però che se qualcuno conosce i racconti che ho scritto precedentemente, questo è un po’ il rovesciamento perché il mio corpus narrativo è sempre stato basato sull’estrema brevità e modularità e sull’estrema riduzione nei minimi termini degli elementi compositivi spazio-tempo dove i set sono sempre non-luoghi per eccellenza che sono quelli della casa; sono sempre racconti che si sono svolti al chiuso.
Invece qui c’è uno sfondamento della forma per cui secondo me queste potrebbero essere definite non più short stories ma novelle, riprendendo anche una tradizione più italiana appunto, dove ci sono luoghi fisici, dove i personaggi hanno nome e cognome. Quindi direi, tornando alla tua domanda, che qui c’è una matrice europea più evidente, più italiana e più fantastica.

Mi piaceva anche rispetto al mondo romanzesco e al racconto breve, sottolineare il fatto che nell’Ottocento questa cosa era chiarissima: il romanzo si occupava del “noi“, mentre il racconto si è sempre occupato dell'”io“, del singolo, anticipando di un secolo tutti quei procedimenti psicoanalitici che poi scrittori grandissimi come Joyce nel ‘900 hanno fatto “scollinare”, facendo saltare anche le modalità note, con un linguaggio – il flusso di coscienza – entro narrazioni più lunghe.

Prendiamo, ad esempio, due opere che possono essere particolarmente rappresentative: “Promessi Sposi“, che ha al suo interno anche un grosso collante sociale e trascendente – la Provvidenza – e dall’altra parte, di poco precedente, quello che poi ha fatto nascere il racconto moderno che sono i “Racconti notturni” di Ernst T. Hoffmann.
Questa forte polarizzazione è un po’ la matrice di quello che sono stati il romanzesco e la novella per tanto tempo; poi ci ha pensato Joyce a scombinare questa forte dicotomia.
Rispetto poi al racconto, la cosa interessante è che al di là dei discorsi che si possono fare in astratto, secondo me il racconto è proprio una questione ritmica, perché il romanziere ha un ritmo gioco forza lento, pachidermico e, nel peggiore dei casi, noioso però ha proprio un ritmo che è diverso dai racconti.”

Domanda del pubblico:
“Nel mondo dell’editoria è difficile pubblicare racconti. Ha trovato degli impedimenti durante la sua carriera? Ha qualcosa da consigliare a chi si approccia a questo genere?”

Luca Ricci:
“Ci vuole tanto coraggio e spalle larghissime però sono convinto, e lo dimostra la mia bibliografia, che uno scrittore non deve tradire se stesso, cioè prendere scorciatoie e dire “Io vorrei scrivere racconti ma so che il mercato preferisce romanzi, allora divento un romanziere.” È una scorciatoia che allunga il cammino.
Io consiglio a tutti di rimanere se stessi e se comporta una difficoltà maggiore a entrare in questo sistema, almeno vi garantisce che statei facendo qualcosa che ha un senso. Il consiglio è che se si vuole essere raccontisti di continuare a esserlo, nonostante le oggettive difficoltà che per mille motivi ci sono; consiglierei la perseveranza.”

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

“Queste biografie sono veramente fantasiose, eh?”
“Se fosse un’opera di fantasia si chiamerebbe romanzo.”
Scrollo la testa: “Io credo che se una qualsiasi cosa viene scritta automaticamente perde il suo statuto di realtà, e accede a una dimensione onirica, visionaria, che è appunto quella della letteratura.”
“È un’idea un po’ ingenua” mi dice. “Ogni scrittura dipende dal contesto in cui è utilizzata, il linguaggio è un codice comunicativo.”

La mia recensione di questa raccolta sarà completamente fuori dalla mia tipica scaletta perché, come avrete capito, ogni storia è slegata e si può leggere senza alcun legame con la precedente o la successiva.
I racconti non sono il mio genere preferito (se di genere si può parlare) ma ho voluto provare e ne sono rimasta piacevolmente colpita.

Lo stile è scorrevole e le citazioni letterarie all’inizio di ogni racconto creano un collegamento, come se potessimo percepire la mano dell’autore che intreccia una storia dopo l’altra creando un arazzo pregno di intime atmosfere di attesa, passioni, rabbia, invidia, arroganza.. un caleidoscopio di emozioni umane in cui ognuno di noi può ritrovare se stesso.

Con queste quattordici storie legate alla scrittura e ai suoi protagonisti, Luca Ricci rivela al lettore le mille sfaccettature del suo meraviglioso mestiere.
D’altro, come si suol dire, nella botte piccola c’è il vino buono e scrivere un racconto è un’arte che, da lettrice, è a parimerito dell’arte di scrivere un romanzo: non tutti ne sono in grado e saperlo fare è una dote immensa.

Se avete voglia di sperimentare o siete amanti dei racconti, non perdete “I difetti fondametali – L’arte del racconto al suo meglio“!