Recensione e intervista: Non ti faccio niente di Paola Barbato

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Buongiorno amanti dei thriller. 

Oggi esce “Non ti faccio niente” di Paola Barbato e, grazie a Piemme Edizioni,

ho potuto leggere il romanzo in anteprima

e incontrare l’autrice insieme ad altre colleghe blogger!

Trama

1983. L’uomo seduto nella macchina blu è nuovo di quelle parti, ma Remo non ha paura, non sa che cosa sia un estraneo. L’uomo ha tra le mani un passerotto caduto dal nido, almeno così dice, e chiede a Remo di aiutarlo a prendersene cura. Il bambino, sette anni passati quasi tutti per strada, che i genitori hanno altri pensieri, non esita neppure per un attimo. E sale. Tre giorni dopo viene restituito alla famiglia, illeso nel corpo e nell’anima; racconta di un uomo biondo, bellissimo, che lo ha riempito di regali e che ha giocato con lui, come nessun adulto aveva mai fatto. Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima. Trentadue bambini in sedici anni. Tutti tenuti per tre giorni da un uomo che cerca di realizzare i loro desideri e li restituisce alla famiglia, felici. Quando la polizia comincia a collegare i rapimenti lampo, l’uomo scompare.
2015. Il padre di Greta non è mai arrivato una sola volta in ritardo a prenderla. Ma lo sgomento negli occhi della maestra gli fa capire che qualcosa non va, perché Greta a scuola non è mai entrata. Scompare così, la figlia di Remo Polimanti, come lui era scomparso trent’anni prima. Anche lei viene subito restituita alla famiglia, ma priva di vita. Greta non è che la tappa iniziale di una scia di sangue che collega i figli dei bambini rapiti anni prima. Ma perché il rapitore “buono” si è trasformato in un assassino? O forse c’è qualcuno che intende emularlo. O sfidarlo. O punirlo.

In un’inquietante e tormentata danza di ombre e luci, Paola Barbato ci conduce fin dentro le nostre paure più grandi, facendo sanguinare ferite mai guarite davvero.

Intervista

Ecco l’intervista con l’autrice. È stato un incontro stimolante e veramente bellissimo.
Vi consiglio la lettura dell’intera intervista perché ne vale davvero la pena. 

È un romanzo che amo molto ed è la prima volta che presento un romanzo a cui sono legata emotivamente così tanto e così serenamente.
La storia di partenza è semplice: negli anni ’80 un ragazzo di vent’anni va in giro per le città, identifica un bambino o una bambina che secondo lui è lasciato troppo abbandonato a se stesso, lo prende e lo porta via per tre giorni. Non gli fa nulla, gli fa passare giorni divertenti, lo fa giocare, lo porta per negozi e dopo tre giorni lo restituisce. La sua intenzione non è di fare nulla al bambino, anche se è contento di stare con lui, ma a lui interessa colpire i genitori perché i genitori in quei tre giorni avranno abbastanza paura per il resto della vita e quando il bambino tornerà cambieranno atteggiamento.
Passano trent’anni, tutti i bambini sono adulti, quasi tutti si sono sposati e hanno avuto figli; qualcuno preleva i loro figli, però stavolta non li restituisce.
Il dramma viene vissuto sia da questo gruppo di bambini ex-salvati, che cominciano a vivere quello che per loro era stato un secondo inizio, una vita che quasi per tutti da quel momento era migliorata in una vita che ovviamente sta piombando in un incubo. Dall’altro lato abbiamo il rapitore che nel frattempo è invecchiato, fa una vita ritirata, è un uomo pieno di ansie, paranoie, molto fragile che vive l’unica cosa buona che è convinto di aver fatto nella sua vita come un enorme senso di colpa.
Ha il desiderio di salvare per la seconda volta questi bambini che più bambini non sono, a questo punto non sono neanche il target preso di mira da non si sa chi e c’è questo percorso parallelo da un lato i bambini cresciuti, dall’altro l’ex rapitore; sono portati a incrociarsi ovviamente e ad andare avanti insieme.

È una storia di ricerca della salvezza per tutti i personaggi: per primo il protagonista cerca di trovare una salvezza per se stesso in queste azioni che compiva da ragazzo e quindi cerca un secondo riscatto da più grande.

I due periodi che si mettono in contrapposizione sono gli anni ’80 e i tempi odierni.
La contrapposizione più forte è ovviamente che negli anni ’80 andare a prendersi un bambino nel parco e andarsene era facilissimo perché negli anni ’70 i genitori erano molto impegnati politicamente e socialmente. Negli anni ’80 c’è stato un periodo di alleggerimento, un periodo di ricerca della leggerezza anche da parte dei genitori. Prima, negli anni ’70, si diceva che i figli dovevano crescere da soli, dovevano farsi le loro esperienze, si facevano dei ragionamenti psicologici molto da adulti anche sui bambini. Negli anni ’80 era ‘tutto bello, gioca, vai, divertiti ed esci’. Favorito anche dal fatto che le telecamere erano pochissime, era difficile poi rintracciarlo. Rapire un bambino oggi significa fare un ragionamento enorme a monte sulla zona, su dove lo prendi, sull’orario in cui lo prendi, bisogna essere organizzati per poter schivare quello che ormai è l’occhio delle telecamere presente quasi da tutte le parti.”

Tu pensi che l’atteggiamento dei genitori di oggi sia più protettivo dei genitori di una volta?

“L’atteggiamento del genitore di oggi è paranoico su ciò che forse avrebbe dovuto temere quando era bambino lui e non è paranoico su ciò che è pericoloso oggi perchè penso che ogni generazione si sia rodata su quelli che erano le paure della sua infanzia quindi la paura di essere abbandonato, la paura di non essere seguito, la paura di non avere l’intimità con il genitore.”

Come mamma di tre figlie quanto ha influito questa cosa sul fatto di scegliere come punto focale del libro la cosa peggiore per un genitore?

“Non è derivata da lì. È una cosa di cui io sono terrorizzata e siccome io sono una che scrive di tensione e paura ovviamente vado ad annusare le paure dove le ho io. È ovvio che io ho paura per le mie figlie, però ho attinto a quelle che erano le mie paure da bambina: paura di essere lasciata da sola, di essere abbandonata, di non essere guidata.. sono andata più lì. Poi ovviamente non è facile scrivere di qualcosa che si teme, io tendo a non indulgere, non è una pastura quella del raccontare le cose brutte che succedono al bambino, non è un dettaglio che mi interessa. Nel mio romanzo precedente “Il filo rosso” ho parlato di un bambino stuprato ma non ho detto una virgola di quello che succedeva, si capiva, ma i dettagli non hanno proprio motivo di esserci per me perché è il concetto di fondo, se arriva quello tutte queste cose sono voyeurismo di cui non mi importa niente.”

Questo si riconduce alla mia domanda: è stato anche un modo per esorcizzare le tue paure o quelle di altri genitori?

“Sono andata più a ricercare.. Ti faccio una piccola digressione: c’è un episodio di quando ero piccola. Avevo una compagna di giochi che era sempre senza biancheria perché sua mamma diceva ‘Beh ma tanto un po’ si sporca, un po’ così.. cosa vuoi che sia‘ e mia mamma mi continuava a dire che non andava bene e io non capivo perché non andasse bene che una bambina andasse sull’altalena senza le mutandine. Siccome mia mamma mi diceva queste cose che collidevano con quello che vedevo intorno, qualche domanda ho iniziato a farmela sin da piccola, sul perché alcune cose erano giuste e altre ancora sbagliate. E ho visto una serie di piccole cose che erano sbagliate perché me le filtrava mia mamma che essendo donna ansiosa non è che mi nascondesse.. e sono andata più là, cioè sono andata a quelle ansie che probabilmente mi sono arrivate anzitempo all’epoca, perché filtrate da mia mamma, rispetto a quelle che sono le mie paure oggi riferite alle mie figlie. Forse perché io oggi di queste paure so tutto, invece allora io avevo delle paure a cui non sapevo dare nome e definizione. Erano paure, capivo che c’erano ma non sapevo spiegarle per cui ce le avevo addosso erano come quando sei bagnato ma non sai perché.

L’atmosfera degli anni ’80 si sente: difatti a un certo punto citi Vermicino, cioè la paura degli anni ’80 era il bambino finito nel pozzo. 

“Una storia di cui io ricordo tutto perché abbiamo seguito la cosa, come tante famiglie. Mia mamma non ha spento quasi mai la televisione e io, per quanto fossi piccola, mi rendevo conto. A me bambina sembrava una grande avventura perché per me era scontato che l’avrebbero tirato fuori quindi nella mia ottica era soltanto ‘vediamo quando arriva l’happy ending‘, infatti non sono stata preparata quando il lieto fine non è arrivato.
Però si, sono stati anche gli anni dei rapimenti e della paura dei rapimenti. Poi insomma era un periodo in cui la parola pedofilia non esisteva, non veniva mai pronunciata. Veniva qualche volta detta la parola “maniaco” e generalmente si diceva non andare là perché gli zingari ti portano via. E il ‘ti portano via‘ era lo spauracchio peggiore, poi chi fossero questi che ti portavano via non si sapeva. Era un periodo di grande negazione di ciò che era vicino, era tutto sempre lontano dalla propria realtà.

Oggi di cosa si preoccupa un genitore? Tu di cosa hai paura?

Io ho paura degli esseri umani, ho paura delle persone. Recentemente un uomo ha litigato con sua moglie perché lei voleva lasciarlo, lui ha preso l’autostrada contromano ed è andato a schiantarsi contro l’auto di un poveraccio che stava venendo giù. Ormai non c’è neanche più il bisogno di ‘circoscrivo la mia paura a‘ perché ormai c’è la paura di ogni cosa. La paura è ovunque e la paura è focalizzata sugli altri esseri umani. Io non ho paura che mi centri un meteorite, non ho paura che esca il fiume e mi venga a indondare la casa. Io lo ammetto non ho quasi più paura di determinate cose perché siamo talmente focalizzati sul terrore del vicino che andiamo alla fine perdendo le paure del resto.
Per dire, c’è stato un periodo in cui sembrava che il buco nell’ozono ci avrebbe uccisi tutti e si parlava solo di quello: ‘oggi c’è, non c’è, ci fa bene, ci fa male.. vabbeh, perché tanto non ci stiamo più pensando.‘ Quindi veramente ogni periodo vive il suo terrore e il terrore di questo periodo è la paura della persona che ci sta accanto.”

Per parlare di scrittura: l’inizio è molto denso, tantissimi personaggi subito, passato/presente, ingranaggi molto veloci che danno un ritmo molto sostenuto. Da quale ispirazione questo modo di scrivere thriller?

“È una scrittura molto parlata. Addirittura io cambio il modo di scrivere a seconda del punto di vista del personaggio, non che sta parlando, ma che sta vivendo la situazione: ci sono delle sgrammaticature che non nascono dal fatto che non so usare l’italiano ma dal fatto che il personaggio che in quel momento sta vivendo gli eventi in prima persona non conosce l’italiano e quindi lui descriverebbe la situazione in quella maniera lì. È una scrittura molto di prima pelle, di impatto quasi fisico. Ho proprio scelto un modo di raccontare che possa essere il più possibile vicino al modo di vivere la cosa. Quindi anche quando c’è stato all’inizio un turbinio, un esubero di nozioni, era perché doveva esserci davvero questa sensazione di soffocamento. Poi questa specie di centrifuga va pian piano aprendosi, perdiamo tutta una serie di cose marginali e rimangono a convergere quelli che poi sono i personaggi che portano avanti la storia. È stata una scelta. Il senso di soffocamento iniziale è stata una cosa voluta e viene anche dal fatto di non poter gestire una materia perché è troppa poi man mano la materia da sola si va razionalizzando.”

Visto che la trama è molto complessa, molto strutturata. Nello scrivere ha seguito degli schemi per non perdere il filo?

“Si, ho fatto uno schema di massima che mano a mano che andavo avanti rifinivo e definivo. Ovviamente impegnativo soprattutto dal punto di vista delle date e della coerenza di spostamenti di tempi. Ho dovuto farmi tutte le tratte di spostamento in macchina con i tempi corretti, non si scrive un thriller se non si fanno queste cose. È stata una scelta azzardata e, siccome questo romanzo io l’ho scritto puramente per una gioia mia, mi sono presa qualche rischio in più. Probabilmente se lo avessi scritto con un editor, ricevuto il primo blocco mi avrebbe detto di fermarmi tornare indietro e modificare qualcosa. Questa cosa non l’ho voluta toccare perché volevo che questo senso di apnea fosse; una sensazione data proprio dal trovarsi in una centrifuga di cose in cui il lettore per primo deve dire ‘Non mi ritrovo, fermi, non mi ritrovo‘ perché così deve essere. È proprio la sensazione che volevo trasmettere.”

Il titolo l’hai scelto tu? È una frase estramemente inquietante. ‘Non ti faccio niente‘ già presuppone che qualcuno stia provando paura o che abbia intenzione di farlo. 

“Credo sia una delle minacce più diffuse. La cosa che mi piace è che chi legge il titolo lo percepisce con inquietudine. Chi legge il romanzo vede che la frase viene detta due volte soltanto dallo stesso personaggio, in assoluta buona fede e corrisponde pure alla verità. Però ovviamente il punto è dire: pensa a come una frase che dovrebbe tranquillizzare, pensa a come è diventata uno spauracchio. Per i bambini innanzitutto e poi in generale.

La paperella è un simbolo alla David Lynch o per qualche altro motivo?

“In realtà le prime pagine di questo libro le ho scritte nel 2013, così come sono state pubblicate. Dovrei ricodarmi perché allora ho scelto la paperella di gomma ma all’epoca il romanzo non esisteva. Esisteva solo un incipit di cui ho perso le tracce emotive, so che allora io scrissi queste pagine e ho usato la paperella di gomma.”

La paperella equivale al titolo: è proprio inquietante. 

“Perché è bellissima, gialla, sorride. È un oggetto solare, un gioco che da il senso dell’innocuo e proprio per questo è interessante perché a usare un oggetto inquietante sono bravi tutti ma usare un oggetto magari di uso comune, tendenzialmente visto come trascurabile, funziona.”

Come ti sei documentata per costruire il personaggio di Vincenzo?

“Il personaggio di Vincenzo deriva in parte da Tiziano Sclavi che è il creatore di Dylan Dog, un uomo di infinita tenerezza e infinita fragilità. Quindi sotto questi aspetti assomiglia un po’ a Tiziano; anche essere un po’ isolato dal mondo, l’aver paura di vedere cose che poi lo facciano stare male. Questa è una cosa che deriva da una conoscenza ormai di tanti anni con Tiziano e poi è veramente l’elogio della fragilità. Io ho sempre creduto molto nell’eroismo dei personaggi comuni e credo che per essere eroico un personaggio non debba necessariamente essere forte.
Mi ricordo di una vicenda molto bella avvenuta qualche anno fa: c’è stata una rapina in banca di un rapinatore che le aveva tutte, era disperato, armato, pronto ad ammazzarsi e ammazzare tutti e un banchiere di cui tutti hanno detto essere la persona più mite del mondo, parlandogli piano piano è riuscito a convincerlo a mollare tutto e alla fine a costituirsi. E nessuno gli avrebbe dato un soldo, tra tutti quelli che erano nella banca. È un eroismo interessante nell’emergere perché nessuno può sapere mai com’era l’eroe prima di diventare eroe. In questo caso ho scelto un personaggio fragile, con una fragilità derivata, non fragilità con cui è nato. Ho pensato che un eroe debole è un buon eroe, a essere eroe forte sono buoni tutti.

Vincenzo non era coraggioso, non era un eroe, era un uomo buono pieno di limiti e debolezze, era una vittima designata, l’aveva marchiato in ogni cellula. E quando aveva promesso che si sarebbe fatto ammazzare nell’insensato atto eroico di tentare di salvare un bambino, cosa che non gli sarebbe riuscita in mille anni, la paura se l’era preso. Risucchiato. Divorato. Era diventato egli stesso la propria paura.

Poi lui ha una controparte, la Nives, che è un personaggio totalmente amorale. Tutti si sono innamorati di lei, ma non è un personaggio buono, è amorale, un personaggio di un egoismo totale perché a lei interessa una cosa: il suo uomo. Per lui è pronta ad asfaltare chiunque ed è simpatica, però a essere onesti non è un personaggio positivo.
Lei non è nata come personaggio, doveva essere come una figura di sfondo perché io alla fine ho pensato a questo uomo così solo.. avrà un giro di prostitute, però mi dispiaceva perché posso  capirlo due o tre volte, ma non è nel personaggio. Dovrebbe avere una donna e ho pensato di creare la Nives come figura di contorno. Poi lei si è mangiata lo spazio man mano che la storia andava avanti, se l’è proprio preso a gomitate e quindi è un personaggio che è emerso da solo.

Come è andata quando hai messo la parola fine al romanzo? È stato difficile?

“È stato sereno. È finito e io ero in pace e armonia con tutto quello che avevo scritto, sono stata proprio tranquillissima. È stato bello scriverlo, è stato bello tutto.

(Paola Barbato disegnata da Luigi Siniscalchi)

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

Col senno di poi non si sa mai definire quale sia stato il momento in cui qualcosa di te è cambiato. Manipoliamo i nostri ricordi e attribuiamo quell’istante a qualcosa di romantico o epico o comunque giustificato dagli eventi, fosse anche una cosa stupida, minore. Ma in realtà il momento in cui cambi avviene a tua insaputa, è la scollatura del picciolo dal ramo prima che la mela cada, è la crepa che si apre da un’angolazione irreparabile, è la frattura di un filamento infinitesimale di tessuto prima che il cuore ci pompi dentro l’emorragia.

Questa storia inizia negli anni ’80 quando tantissimi bambini vengono rapiti e restituiti alle loro famiglie dopo tre giorni. I bambini non sono stati molestati, anzi, durante quei giorni giocano, si divertono, vanno in giro per negozi e tornano felici e sereni a casa.
Dopo trent’anni scopriamo che il rapitore, Vincenzo, è un uomo ormai vecchio, solo e pieno di ansie e paure. Vincenzo vive isolato in un piccolo paesino del centro Italia e si ricorda ogni particolare di quei bambini che, secondo lui, ha salvato da brutte situazioni.

«Io volevo solo che capissero tutto quello che non avevano. Che potevano essere felici, ed essere amati, che qualcuno li poteva ascoltare e proteggere…» Si coprì gli occhi con una mano.
«Erano cattivi genitori. Tutti quanti, tutti cattivi genitori. Ma hanno imparato. Io gli ho insegnato. Io.»

Infatti i bambini rapiti erano abbandonati a se stessi, trascurati da genitori troppo impegnati o incuranti dei propri figli, o vittime di genitori violenti e assenti. Vincenzo, rapendoli, voleva puntare ai genitori per impaurirli così tanto da comprendere l’importanza di quei bambini.

Daniele non ricordava proprio niente di quelle quarantotto ore, anche se sapeva a memoria quanto aveva detto allora alla polizia, perché aveva dovuto ripeterlo infinite volte a tutti, medici, parenti, amici, per giorni, settimane. Un uomo bello, alto e biondo. Un uccellino in una gabbietta. Il mare, che non aveva mai visto, e dormire in roulotte. Una cosa dolce fatta arrosto che aveva un sapore stranissimo. Tante carezze e tanti sorrisi senza un perché, così tanti da averne abbastanza per sempre. Ma ricordava invece benissimo cosa era successo quando la portiera si era chiusa e l’auto ripartita. Ricordava il grido di una vicina che l’aveva visto dal balcone, la gente che si riversava in strada, la paura, terribile, verso quelle persone che sembravano volerlo divorare, poi il varco, alcuni che cadevano come birilli mentre suo padre si faceva strada e arrivava a lui. Gerardo Burati aveva preso in braccio suo figlio e non lo aveva lasciato toccare da nessuno per due ore, nemmeno dalla moglie. In quelle braccia fino ad allora quasi estranee il bambino si era sentito prigioniero, mentre la voce del padre all’orecchio gli ripeteva sempre le stesse domande, non importava cosa rispondesse. Da allora non aveva mai smesso di toccarlo, come per accertarsi che fosse ancora lì.

La disperazione si fa strada nell’animo di Vincenzo quando tre bambini in vari luoghi d’Italia vengono rapiti e restituiti cadaveri alle famiglie. Vincenzo capisce da subito che c’è qualcosa che li lega e rimane schiacciato dal senso di colpa perché i bambini uccisi sono figli proprio di quei bambini che ha salvato tanto tempo prima.
Il suo bisogno di salvarli e di salvare anche se stesso dalla colpa, lo sprona a fare qualcosa e la sua strada si incrocia con un gruppo di persone, gli ex-salvati, che sono sulle tracce dell’assassino.

Paola Barbato accoglie il lettore in una serie di date, rapimenti e informazioni, saltando tra passato e presente che creano un’atmosfera soffocante, serrata e difficile da gestire.

Lo stile è sostenuto, molto scorrevole e immediato. Si comprende anche ciò che intende l’autrice nell’intervista: la narrazione è in terza persona e il linguaggio è condizionato dalla persona che si osserva in quel momento.

Ci sono diversi personaggi che accompagnano Vincenzo. Prima di tutti la Nives, una donna molto forte, determinata e amorevole che ha preso sotto la sua ala protettiva Vincenzo.

Poi ci sono i bambini ex-salvati: Daniele, Giacomo, Bianca, Mariangela.. tantissimi bambini che si ricordano ancora di Vincenzo e che pensano a lui ancora con tanto affetto.

«Lui sta bene?».
E per un attimo era stata tentata di risponderle che sì, era vivo, ma no, non stava bene, era in pena per loro, era sempre stato in pena, da prima che li prendesse, perché anche lui era stato un bambino abbandonato a se stesso tanto quanto, solo che a lui era andata male e l’avrebbe pagata tutta la vita, per questo si era messo in mente di salvarli, perché li credeva uguali a lui, si credeva uguale a loro anche adesso che aveva cinquantasei anni ed era rimasto lì, solo con i morsi dei suoi pensieri.

Vincenzo è il personaggio che mi è rimasto nel cuore. Ha commesso degli errori, è un criminale ma è proprio l’eroe di cui parla Paola nell’intervista: un bambino che ha subito traumi che nessuno dovrebbe mai subire, un bambino cresciuto che ha pensato solo di fare del bene e di salvare altri bambini da situazioni negative.
Nonostante ne sia convinto, sente ancora il senso di colpa per ciò che ha fatto e per ciò che ha provocato trent’anni dopo e farà di tutto per poter rimediare e trovare riscatto nelle sue azioni.

Vincenzo aveva sempre avuto paura.
Sempre, ogni singolo giorno della sua vita.
A Vincenzo la vita stessa sembrava una spugna intrisa di terrore.

“Non ti faccio niente” è un romanzo intenso che mi ha trasmesso un sottile senso di paura e mestizia.

Se la bellissima intervista all’autrice non vi ha convinto, spero di averlo fatto io con questa recensione perché questo romanzo è da leggere.