Recensione e intervista: L’orizzonte, ogni giorno, un po’ più in là di Claudio Pelizzeni

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Buongiorno viaggiatori,

oggi vi presento l’intervista all’autore di un libro davvero speciale:

L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là

Pronti a viaggiare insieme a Claudio Pelizzeni?

Trama

«È la possibilità di realizzare un sogno che rende la vita entusiasmante.»
Questa è la storia di Claudio Pelizzeni, un ragazzo che, a poco più di trent’anni, ha già raggiunto traguardi che sfuggono a tanti suoi coetanei: una laurea in un’università importante, un impiego di responsabilità, uno stipendio fisso che gli consente di vivere da solo e di circondarsi del più desiderabile superfluo. Un ragazzo che, nonostante questo, non ha paura di guardarsi dentro e farsi la domanda più importante: sono davvero felice? Di fronte ad aspettative che non sente come sue, a tragitti sempre identici che non aprono nuove prospettive, a una routine che stritola tempo, energia e passione, non può che rispondersi di no. Finché un giorno, davanti a un tramonto, la consapevolezza si accende in lui: i sogni non possono aspettare. E, con quella luce, il coraggio di dare un taglio netto a tutto per inseguire la sua più grande passione: viaggiare. Viaggiare per allargare gli orizzonti di quel mondo che si sta facendo sempre più stretto e soffocante intorno a lui. Viaggiare per sfidare i limiti del corpo e le barriere della mente. Viaggiare con lentezza, senza aerei, per toccare con mano i confini, per «il gusto stesso del viaggio, degli imprevisti, delle scoperte e delle sorprese, delle correnti dell’universo a cui abbandonarsi».
Questa è la storia di un sogno diventato realtà, di un’avventura che ha portato a una nuova vita. Un viaggio lungo mille giorni, attraverso cinque continenti e quarantaquattro Paesi. Ma anche un viaggio dentro di sé, a stretto contatto con le proprie paure, debolezze, risorse inaspettate. In dialogo profondo con quella voce intima e nascosta che, quando accettiamo di ascoltarla, sa sempre indicarci la direzione.

Sul cargo che lo portava dall’Australia al Nordamerica, Claudio Pelizzeni ha iniziato a scrivere il libro L’orizzonte, ogni giorno, un po’ più in là: autopubblicato al suo ritorno, nel febbraio 2017, ha riscosso subito grande successo. Questa è un’edizione riveduta, corretta e arricchita con mappe e foto.

Intervista

Cinzia Carlino ci presenta l’autore:
“Claudio ha fatto il giro del mondo senza aerei, un viaggio durato mille giorni, cinque continenti e quarantaquattro paesi. Poi di ritorno ha deciso di scrivere questo libro che è stato autopubblicato. Successivamente Sperling l’ha letto, l’ha preso e l’ha ripubblicato con un’edizione aggiornata.

L’unica cosa che ci tengo a dire è che leggendolo ti viene in mente che questo è un viaggio che potrebbe essere ovunque ma soprattutto dentro il protagonista che non sappiamo che è Claudio perchè non è mai nominato tra le pagine.
E solo per darvi un’idea per chi non l’ha ancora letto: quando il protagonista arriva a Machu Picchu, che è una meta di snodo per il racconto stesso, potrebbe essere in qualsiasi altro luogo perché lui non descrive neanche una pietra di Machu Picchu ma si avverte una dimensione del viaggio che è interiore e strepitosa. Il viaggio intorno al mondo è uno sfondo che cambia e al suo interno c’è una narrazione.

Claudio:
Ho iniziato a scrivere questo libro per noia nel senso che ero su un cargo mercantile che mi portava dall’Australia al Nord America, un tragitto di ventisei giorni, da Adelaide a Vancouver.
Ho finito le serie televisive e i film dopo cinque giorni. Quindi avendo di fronte ventuno giorni di noia mortale perché non avevo internet, telefono, niente.. Ovviamente voi lo sapete, scrivendo un blog l’esercizio della scrittura parte. Molti follower mi hanno chiesto di scrivere un libro e ho pensato ‘Io intanto inizio a metterlo giù, poi vediamo cosa ne viene fuori‘.
Anche perché io non sapevo dove andare a parare con questo libro: pensavo al classico libro dei viaggiatori, come tanti altri, e tutti lo raccontano come una sorta di diario, di reportage. Nel mentre ho iniziato a buttare giù le prime storie, i primi episodi importanti e cruciali che mi sono capitati, poi durante il viaggio nel continente americano dal nord a tutto il sud, durato circa un anno e mezzo, ho cominciato a realizzare che non volevo scrivere il classico libro di viaggio, perchè quelli ormai con la rete si possono ottenere quindi davo poco valore aggiunto e per me invece è stata una storia personale e introspettiva.
Così nel secondo cargo mercantile da Rio De Janeiro a Dakar in Senegal mi sono messo lì e ho pensato a una serie di episodi che sono concatenati tra loro perché c’è una linea sottile che li unisce.

La mia storia può essere quella di chiunque altro quindi non c’è bisogno che sia io il protagonista, certo ovviamente le ho vissute io queste esperienze e il libro è autobiografico, però ho cercato di staccarlo un po’ dall’esperienza Trip Therapy e dal blog. Infatti chi ha seguito il blog e ha letto il libro, ha detto di aver trovato tante sfaccettature che sul blog non aveva trovato. Fosse altro che se raccontavo tutto a casa si preoccupavano: ci sono stati momenti anche difficili, ho rischiato di morire in Colombia a causa della dengue, ho vissuto un’esperienza molto brutta in Argentina a Buenos Aires.. Mi sono detto: io voglio scrivere un romanzo e voglio scrivere un libro che a me da viaggiatore sarebbe piaciuto leggere.

È anche un libro in cui racconto con una postfazione il mio ritorno a casa. Quindi finisce che io sto rientrando ma non realmente il mio ritorno a casa perché credo che l’essenza di un viaggio sia il viaggio stesso non la destinazione che si va a raggiungere perché quello che guadagni è quello.

Quindi troverete tante storie, significative, molte sono state tenute fuori anche per non appensantire troppo la narrazione perché non volevo il mappone pesante che si poteva scrivere in mille giorni. Racconto molto di questo percorso introspettivo, credo anche di crescita in termini di consapevolezza perché quello che io pensavo non è cambiato durante il viaggio però è chiaro che gli ho dato forma, materialità, ho toccato con mano certe idee e certi pensieri.

Sento l’esigenza di un percorso instabile, anzi, forse l’instabilità dovrebbe essere il mio obbiettivo, dovrei proteggere i miei dubbi e la precarietà. Le persone temono la fragilità, ma è solo grazie a essa che mente e anima possono continuamente porsi nuovi interrogativi e crescere.
(L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là)

Poi è un’esperienza forte: insomma in tre anni via me ne sono successe di tutti i colori, ho perso anche mio padre quindi c’è un forte percorso di crescita. C’è anche l’aspetto del pre-viaggio, infatti la struttura temporale non è lineare, ci sono alcuni flashback e racconto anche la mia vita prima di partire quindi racconto la mia vita qui a Milano quando lavoravo in banca, giacca e cravatta.. questa cravatta che era un nodo in gola, sintomo di malessere e poi di colpo di come questo blocco se ne sia andato e di come sia riuscito a toccare ciò che cercavo, cioè la felicità. Per me è il viaggio, per altri possono essere altre cose, comunque la realizzazione dei propri desideri. Io avevo questo grande sogno che era fare il giro del mondo e il giorno mille quando sono arrivato a casa il primo pensiero è stato: ‘ce l’ho fatta‘. Non volevo credere a quello che era successo perché realizzare il sogno della propria vita.. banalmente parlando un bambino di sei anni che vuol fare il calciatore, il suo è alzare la coppa del mondo. È come se avessi alzato la mia personale coppa del mondo.

Come mai hai scelto di non usare l’aereo?

“Non era un capriccio, ma volevo darmi una regola. In quel periodo avevo da poco finito di leggere un libro di Tiziano Terzani ‘Un indovino mi disse‘, dove lui racconta un anno nel sud-est asiatico senza prendere aerei. Come lui raccontava le frontiere, il loro attraversamento, il fatto che da una sponda all’altra di un fiume ci sono lingue diverse, culture diverse, religioni diverse e il fatto di guadagnarsele queste frontiere.. Nel momento in cui ho deciso ho pensato di fare questo viaggio senza aerei, era l’unica regola. Poi mi sono posto i mille giorni quasi per gioco: la mia notizia era diventata abbastanza virale prima che partissi, un giornalista mi chiamò per un’intervista e quando mi chiese quanto tempo avevo pianificato per farlo risposi tre anni circa e al suo ‘Ah, circa mille giorni‘ e lì ho subito pensato #OneThousandDaysAroundTheWorld.
Comunque l’unica regola importante era senza aerei. Il modo di viaggiare è lento, diverso. L’ho realizzato soprattutto quando ho attraversato la frontiera India – Birmania, in un posto che si chiama Manipur, una regione che era chiusa ai turisti, era aperta da due mesi. Io mi sono trovato lì ed ero l’unico occidentale, alloggiavo in una fattoria. È persino venuta una classe delle medie a trovarmi perché non avevano mai visto un occidentale dal vivo. Vedevo posti per la prima volta non contaminati dal turismo e neanche dai viaggiatori e questo è un privilegio solo di chi può viaggiare senza aereo perché è una frontiera maledetta. Mi ha contattato addirittura Lonely Planet per raccontare come l’avevo attraversata. Per dire, in un anno l’avevano attraversata sedici persone.

Voglio vedere le persone cambiare, le culture mutare, i confini naturali succedersi attraverso fiumi, mari, montagne. Voglio vedere le frontiere, le voglio attraversare dopo averle agognate e aver sognato cosa c’è dall’altra parte.
Voglio riappropiarmi di tutto questo, ne sento un bisogno vitale.
(L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là)

Lì ho capito davvero cosa volesse dire viaggiare senza aerei. Ero a Kathmandu, potevo prendere un aereo e andare a Bangkok con ottanta dollari invece sono andato sbattere la testa lì, ho perso tre settimane ad aspettare dei permessi, tante situazioni che si sono sbloccate in maniera fortuita però lì ho capito cosa volesse dire viaggiare senza aerei. Gli stessi cargo mercantili, per quanto siano una noia tremenda, oggi se sono qui a raccontarvi questo è grazie al cargo mercantile e alla scelta di viaggiare senza aerei perché non avrei mai avuto ventincinque giorni di tempo staccato completamente dal mondo per potermi immergere nei miei ricordi, nelle mie esperienze, metabolizzarle, scriverle.. quindi, mi ha dato tanto.

Invece prima parlavi di difficoltà che hai incontrato nel tuo viaggio. Quante volte hai avuto paura? Quante sono stati i momenti in cui ti sei detto ‘E adesso‘?

La difficoltà costante è stata quella di gestire il diabete. Mi hanno diagnosticato il diabete a nove anni quindi il progetto Trip Therapy nasce proprio come testimonianza del fatto che un diabetico può viaggiare e fare anche un viaggio del genere. Nel libro non c’è per un motivo molto specifico. Purtroppo in rete sapete com’è: soprattutto in ambito medico, c’è chi si fa le autodiagnosi, le autoposologie.. Scrivere in un libro quello che ho fatto con anche il diabete voleva dire dare la possibilità a qualcuno di non interpellare il proprio medico in una situazione del genere quando il diabete è una malattia molto personale e io questa responsabilità senza un supporto scientifico non l’avrei mai voluta. L’obbiettivo è scrivere in futuro un manuale per un viaggiatore diabetico ma i tempi dei medici sono piuttosto lunghi quindi ci sarà da pazientare ancora molto.
Però diciamo che la difficoltà grossa è stata quella e ha comportato, ad esempio, scavare delle buche nel deserto del Sahara per mettere in fresco l’insulina; è stato ogni volta trovare un frigorifero piuttosto che un freezer dove mettere le medicine in fresco.
Dopo, invece, le difficoltà pratiche che potrebbero riguardare qualunque viaggiatore sono sicuramente i visti in Asia, l’attraversamento di frontiere come appunto quella di India – Birmania che ancora oggi è piuttosto complessa ma quando l’ho attraversata io nel 2014 c’erano pagine e pagine su forum di Lonely Planet che la descrivevano come una frontiera impossibile, trovare cargo mercantili, il problema della dengue in Colombia che è tipo la malaria – sono un uomo quindi già a 37.5 sto morendo, figuratevi a 40 gradi.. deliravo proprio. La lontananza da casa per tre anni: tre Natali via, mi sono perso i matrimoni dei miei migliori amici, la nascita dei loro figli. La lontananza si è fatta sentire alla lunga ed è stato il prezzo da pagare.
Poi un’altra difficoltà quotidiana è stata salutare le persone che incontravo sulla strada perché anche se ho fatto mille giorni in giro non mi abituerò mai a salutare le persone con cui si sono condivisi certi momenti. Quello è un grande scotto da pagare. Si allacciano rapporti molto profondi perché cadono tutte le barriere, tutti i filtri che hai di solito nella vita normale quindi leghi tanto. Tra viaggiatori ci sono molti punti in comune poi uno va da una parte e uno dall’altra.”

Cos’è che ti ha dato il coraggio di mollare tutto e andare?

Grazie per il coraggio però credo che etimologicamente il coraggio voglia dire andare oltre le proprie paure e io avevo paura di restare, non di partire. Quindi ringrazio veramente chi mi da del coraggioso ma credo che non fosse una scelta tanto coraggiosa, forse ci voleva più coraggio a restare in quel momento. Il momento in cui ho capito è stato mentre guardavo un tramonto sul treno Milano – Piacenza che mi ha portato a pensare ‘Basta, non ne posso più‘. Sono tornato a casa, sono andato davanti allo specchio, mi sono interrogato sulla felicità, su quello che stavo vivendo, sulla mia vita e mi sono detto ‘O adesso o mai più‘.

Cosa mi rende davvero felice?
Quel tramonto come miccia. Devo essere sincero con me stesso, non posso continuare a mentirmi. L’unica cosa che mi rende davvero felice è viaggiare, avere lo zaino in spalla, conoscere nuove persone, nuove culture, nuove destinazioni.
(L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là)

Avevo una vita tranquilla: vicedirettore in banca, duemila euro al mese, tempo indeterminato, macchina, telefono, televisione.. tutto quello che volevo. Ma lo volevo davvero? Forse no. Tutto quello che volevo davvero era viaggiare, era vivere in maniera diversa quindi se non l’avessi fatto avrei rischiato il rimpianto e tra il rimpianto e il rimorso di averlo fatto e aver fallito, preferisco di gran lunga il rimorso.

Ora cosa fai?

“Innanzitutto continuo a scrivere perché Sperling&Kupfer ha creduto in me e vuole anche un secondo libro quindi ne scriverò un altro. Sto facendo viaggi di gruppo. Adesso è un po’ una golden age per questi viaggi fatti da blogger e stanno andando bene, danno l’opportunità di viaggiare e guadagnare dei soldini, guadagnare facendo ciò che mi piace.
Continuo a fare video anche per la televisione con Licia Colò perché c’è l’opportunità di collaborare ancora anche in futuro.
Direi che le cose vanno bene. Non farei mai cambio con la vita di prima, non farei mai cambio con molte vite che ci sono in giro. Mi ritengo molto fortunato e cerco di tenermelo stretto. Era quello che sognavo, mi sembra di vivere dentro un sogno.

Qual è il paese che ti è piaciuto di più e quello che ti è piaciuto meno?

“Il paese che mi è piaciuto di più è difficile perché dipende da che contesto. In termini umani probabilmente il Nepal. Infatti adesso il 20 ottobre torno in Nepal ma lì ho vissuto anche un’esperienza forte, ovvero stare a stretto contatto con dei ragazzi orfani in un orfanotrofio per tre mesi quindi torno anche da loro.
A livello estetico forse quello che mi è piaciuto di più è stata la Patagonia. Mi sarei fermato in Australia.
Quello che mi ha un po’ deluso sono stati gli Stati Uniti non in termini di paesaggio quanto più in termini di persone, però per il budget che avevo ho dovuto viaggiare molto velocemente quindi probabilmente non ho avuto il tempo io di andare a fondo in certi rapporti umani; li ho trovati molto superficiali. Era difficile riuscire a parlare di certe cose. Mentre in Sudamerica ti capita come qua di parlare di calcio là di politica, di sistema sociale, filosofia, di crescite personali.. in Nord America: ‘Ah, figo sei italiano. Andiamo a berci una birra?‘ e poi si andava a parlare di tutt’altro; magari sono stato sfortunato io.
Anche in Costa Rica è stato così ma sono stato lì per dieci giorni, quindi non hai il tempo. Credo che se avessi avuto più tempo per restare non mi avrebbero deluso gli Stati Uniti e la Costa Rica.
A livello estetico mi sono piaciuti tutti in un modo o nell’altro, ogni paese ha avuto un suo perché. Ad esempio la Mauritania non ha niente, ma c’è il deserto del Sahara: ho fatto cinque giorni nel deserto del Sahara camminando con un cammelliere e due dromedari ed è stata un’esperienza straordinaria.
Il posto dove non tornerei è la città di Fès in Marocco. Il Marocco lo amo, ma le persone della città di Fès sono veramente maleducate e arroganti, ti chiedono soldi per qualunque cosa, ti prendono per le braccia, sono brutte persone. Non mi è piaciuto per niente.”

Quali sono i libri che ti hanno accompagnato durante il viaggio?

“A me piace molto leggere e avevo il mio Kindle bel carico di libri. Il problema è stato che quando ho iniziato a scrivere stavo leggendo ‘Shantaram‘, capolavoro assoluto, e ho notato troppa influenza, nel senso che mi facevo influenzare troppo da quello che stavo leggendo e quindi a un certo punto ho smesso. Leggevo molto nel viaggio in sè ma dopo ho staccato completamente perché sentivo troppo l’influenza e volevo un prodotto genuino, una storia mia, raccontata da me quindi ho ripreso a leggere da quando sono tornato. Complice il fatto che tanti altri ragazzi hanno scritto libri e me li hanno regalati, adesso sto leggendo le loro storie, però mi sto tenendo al passo anche con Terzani. Mi piacciono molto Bambarén e Coelho.”

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

Non ce la faccio più.
Davvero non ce la faccio più.
Guardo Chiara e rivedo me stesso anni prima.
Sento gli universitari e rivedo me stesso dieci anni prima.
A quell’epoca riuscivo ancora a sognare, ero spensierato, i miei occhi avevano una luce diversa.
Dove mi ero perso? Quando avevo smarrito quella voglia di vivere? Perché mi ero ridotto a fare il bancario?

Il protagonista di questa storia è un ragazzo con una vita all’apparenza appagante: una famiglia, una fidanzata, un lavoro ben retribuito, un contratto a tempo indeterminato, casa, macchina, cellulare.. eppure c’è qualcosa che stride, che stona nelle sue giornate e arriverà un giorno in cui un tramonto farà da rivelazione e lo spingerà a costruire le basi per affrontare il suo più grande sogno: il giro del mondo.

Questo viaggio inizia con la frenesia di consocere, vedere e vivere tutto ciò che si può ma dopo pochi mesi per il protagonista diventa una promessa da mantenere:

Era giunto il momento di dedicarmi a me stesso: dovevo riuscire a dialogare meglio con il mio corpo e la mia anima e a vivere relazioni umane più durature e radicate nei posti che visitavo.

Non sono un’esperta di libri di viaggi, ma Claudio Pelizzeni mi ha accompagnata in un viaggio personale all’interno della sua storia. Grazie a lui ho visitato nuovi paesi, ho scoperto cibi, personalità, costumi e tradizioni.

Noi lettori sappiamo che ogni libro è un viaggio, tutte le volte che leggiamo l’immaginazione vaga e diventiamo spettatori di vicende magnifiche. Ecco, Claudio ci conduce mano nella mano nella sua stupenda storia nello stesso modo in cui potrebbe farlo un romanzo. 

Consiglio la lettura di questo libro a chi ama viaggiare, perché sono certa sia il libro che fa per voi. Lo consiglio a chi vuole sperimentare un nuovo genere e a coloro che vorrebbero viaggiare ma per mille motivi non possono. Lo consiglio a coloro che hanno un sogno da inseguire: Claudio e la sua storia vi trasmetteranno la forza. 

L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là” è stata una lettura che mi ha trasmesso molte emozioni e mi ha saputo commuovere. La storia di Claudio Pelizzeni è la storia di un ragazzo in giro per il mondo ma anche alla ricerca di se stesso e dei propri sogni. È un po’ la storia di ognuno di noi. 

A fine lettura mi sono sentita proprio come il protagonista alla fine del suo viaggio, con la consapevolezza che non è finita qui. È soltanto l’inizio di un’avventura lunga come un sogno.

“Come ti senti?”
“È difficile da spiegare. Forse mi sento come quando finisce una bellissima storia d’amore. I ricordi ti assalgono e trattieni a stento le lacrime. Non sto parlando di quelle storie d’amore che finiscono tragicamente, no. Sto parlando di quelle in cui semplicemente ti rendi conto che la magia si è spezzata. Ho vissuto momenti intensi, indimenticabili, e sono finiti. Certo, questo non vuol dire che non ce ne saranno altri, migliori magari. Ma questo viaggio è stato unico e non tornerà. Come in una storia d’amore, ci ho messo passione, dedizione, determinazione. Ho toccato vette di felicità mai raggiunte prima e baratri di disperazione, grande malinconia, sensi di vuoto.”