Recensione e intervista: Le notti blu di Chiara Marchelli

Buongiorno lettori,

con immenso ritardo vi parlo di “Le notti blu” di Chiara Marchelli

e del bellissimo incontro a cui ho partecipato con le mie colleghe blogger!

Trama

Tutti crediamo di conoscere le persone che amiamo: Larissa e Michele si conoscono da una vita, così come pensano di conoscere Mirko, il figlio che lascia gli Stati Uniti, dove è nato, per vivere in Italia e sposare Caterina: un colpo di fulmine che non hanno mai approvato pienamente. Larissa e Michele sono sposati da oltre trent’anni, vivono a New York, hanno una vita agiata e hanno saputo costruire un rapporto solido, basato sulla cura reciproca, sulle piccole e generose attenzioni e sulle affettuose abitudini della loro quotidianità.
Le notti blu racconta, come una sorta di lastra a raggi x, il matrimonio di Larissa e Michele e la loro vita che sembra normalissima, se non fosse per un lutto, un dolore tremendo che accompagna, e regola, le loro esistenze. È una notizia dall’Italia a rompere l’equilibrio che la coppia ha faticosamente costruito.

Con una scrittura chirurgica e lucidissima, Chiara Marchelli ci accompagna attraverso i pensieri della coppia e ci svela confessioni che avremmo preferito non ascoltare: segreti ingombranti, dolorosi, che leggiamo con avidità, rassicurati dal fatto che l’autrice ha intenzione di dirci proprio tutto e di tenere con mano ferma tutti i fili di questa storia cha va indietro nel tempo.

L’intervista

Vorrei sapere i motivi che ti hanno portato a scegliere questo argomento molto crudo e difficile; come mai hai scelto di parlare di questo rapporto familiare, di questa situazione?

“L’ho scelta perché quando scrivo le storie che scrivo sono generalmente delle storie che ci sfiorano o ci toccano. Non è una storia autobiografica però mi ha sfiorata da vicino – è successo a persone che mi sono molto care e mi è rimasta dentro.
Come spesso succede, almeno per me, se una cosa del genere rimane dentro, sedimenta e non va via e ne devo fare qualcosa; il mio strumento è la scrittura.
Quindi dopo un certo periodo di tempo è tornata in superficie e ho dovuto scriverne senza pensare in realtà a quello che stavo facendo.”

Appena si inizia a leggere si capisce di entrare in una storia drammatica e quello che mi è piaciuto di più è l’atmosfera di sospensione che pervade tutto il romanzo. Una sospensione scandita da piccoli riti, piccoli attimi che si svuotano nel momento in cui ci si rende conto che sarebbero potuti essere delle condivisioni ma non lo sono più.
È una caratteristica voluta o è scaturita dalla scrittura del romanzo?

“E’ venuto scrivendo. Non lo so, lì per lì.. francamente stavo scrivendo una storia, poi questi sono sempre ragionamenti a posteriori che anzi aiutano anche a riflettere sul lavoro che uno ha fatto per capire anche perché ha fatto così.
Però forse volevo mantenere una certa discrezione nei confronti di una storia del genere perché ho voluto trattarla – questa come altre situazioni dolorose di cui ho voluto parlare in altri libri – nella misura che io ritenevo migliore per me. Nel senso che avendo molto rispetto per un dolore di questo tipo e non volendo sciacallare, non volendo fare facili sentimentalismi, forse uno dei punti fondamentali che ho affrontato anche attraverso la scelta del linguaggio è stato quello di conservare una distanza di modo che la storia parlasse da sé, fosse poco comunicata attraverso aggettivi – anche poco definita. Quindi ho cercato di mettere gli eventi nel modo più oggettivo possibile, come se guardassi attraverso un buco.

Per quanto riguarda la scelta di linguaggio: non descrivere troppo com’era questo caffè, com’era il latte e miele che Michele prepara la notte ma semplicemente dicendo che lo disgusta l’odore e poi lo deve buttare via che neanche lo può bere. Non spiego perché lo deve buttare via, perché è ovvio il perché un uomo di settant’anni non può bere il latte – però lo fa perché gli ricorda il figlio. Quindi forse è questo, questo tentativo di pulizia, di essere il più essenziale possibile con questa distanza che rispetto.”

Mi è piaciuto molto come hai inserito la teoria dei giochi, come lui cerchi di giustificare il proprio dolore basandosi su delle formule matematiche, delle formule scritte e definite. 

Si, è un po’ quello che tutti noi facciamo: tentiamo di contenere tutto ciò che ci spaventa, ci travolge, non capiamo, questo è un uomo che parte corazzato, distrutto. Prova a vivere come gli studiosi spesso fanno: a cacciarsi dentro e facendo quello, diventa la priorità della loro vita tanto che diventa anche la regola secondo cui gestire un dolore che altrimenti non è riuscito a gestire e quindi prova anche così perché quelli sono stati i suoi confini fino a quel punto.
Poi però da una parte trova una conferma perché c’è questa – per me scoperta fortunatissima, narrativamente parlando – adesione tra la teoria dei giochi e il suicidio. E quando ho iniziato le mie ricerche non lo sapevo, quando ci sono arrivata per me è stata una benedizione fare una scoperta del genere, dal punto di vista di uno scrittore.
Michele capisce che non c’è risposta nella teoria dei giochi, negli studi che ha fatto e allora lì c’è la rottura ma laddove si rompe entra la luce, no? Quindi lui fa anche una scelta di rinascita, di ritorno in superficie rispetto a dove stava prima – almeno questo ho cercato di trasmettere.”

Il modo in cui ha trattato il dolore l’ho trovato molto bello e mi ha fatto anche sorgere questa domanda: è molto più difficile, secondo me, scrivere di dolore che di una storia d’amore ma perché il dolore va trattato in un certo modo se no arriva al lettore un sentimento contrastante. Io avvertito, come Barbara, una sorta di quiete molto strana cioè non mi aspettavo un’emozione forte però mi sono sentita accompagnata verso quello che era il dolore – che è il bello di questo libro perché l’autrice ha saputo accompagnare il lettore verso questo dolore.
La domanda è: com’è che approccia di solito per poter trasmettere il dolore al lettore?

“Io non sono capace di scrivere di felicità. Si, è molto più facile scrivere di una storia d’amore ma io non sono capace di renderla interessante. Io divento banale, poi penso che dal punto di vista artistico in genere la sofferenza è molto interessante perché nella sofferenza c’è il cambiamento. La felicità non è uno stato ma un momento che non dura mai più di tanto, non la trovo interessante perché lì è come se raggiungessi una stasi però narrativamente parlando non c’è nulla di mosso, di dinamico che mi interessi.

Poi è una cosa che ho sempre fatto, finché uno scrittore mi fece notare che io nei miei romanzi metto sempre la morte – è vero, ma non lo avevo notato – perché la vita è la morte. A me interessano molto le forme del dolore.”

Quindi è faticoso per te creare un libro o ti viene facile?

“Questo libro è stato faticoso, molto faticoso. Poi dipende da cosa scrivi, ci sono storie più facili da scrivere non necessariamente perché sono meno dolorose. Per esempio, l’amore involontario è una storia a me molto vicina quindi è stato molto doloroso ma più facile allo stesso tempo. Questo mi è costato fatica proprio perché non è la mia storia e per quello che dicevamo prima per un fattore di misura.”

Come ti sei sentita quando è arrivata la parola “fine” del libro?

“Il libro sai benissimo quando sta finendo prima di finirlo e ci sono giorni in cui pensi ‘oggi lo finisco’ perché ti si annuncia e quindi sei preparato ed è un sollievo e allo stesso tempo non lo è.”

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

Le notti blu.
Questo gli ha lasciato, suo figlio. Notti insonni in cui farsi del latte caldo che non può nemmeno bere.
Le notti blu.
È un bel modo di chiamarle, dopotutto.
«Le chiamava lui, così» gli aveva detto Caterina, e Michele aveva immaginato suo figlio inventarsi quel nome allargando le mani per farle capire.
La luce blu che è diffusa in tutte le direzioni e ha una lunghezza d’onda più breve, rifratta dalle particelle più piccole degli strati alti dell’atmosfera, al contrario degli altri colori. In qualunque direzione si guardi, una frazione di quella luce che arriva ai nostri occhi. Per questo il cielo pare blu.
La fascinazione di Mirko per il mondo che non è mai come sembra.

Questa è la storia di Michele e delle sue notti blu: quelle notti che scorrono lente, silenziose e tranquille mentre all’interno del suo animo imperversa la tempesta.
Michele e la moglie Larissa hanno perso il loro figlio: Mirko si è suicidato. Senza alcun segnale premonitore, Mirko ha distrutto l’equilibrio, ha lasciato Caterina vedova e i suoi genitori..? Non ci sono termini che possano catalogare una simile perdita e il lettore si ritrova a osservarli mentre arrancano in uno stato di sopravvivenza, mentre tentano di restare a galla in quel mare di dolore.

Un genio sofferente che a ventun anni aveva già scritto l’articolo che l’avrebbe portato al Nobel.
Della sofferenza, vorrebbe chiedere Michele: i deliri, gli stati allucinatori, la paranoia.
Perché gli manca quella comprensione. La decifrazione di un’infelicità talmente grande da prendersi la volontà, la salute, la vita.
«Where shall I sit» dice Nash.
Ma Mirko non era schizofrenico, pensa Michele indicandogli la poltrona e avviandosi al microfono.
«Dear colleagues…».
Mirko non era un genio.
«Dear students…».
Mirko era solo suo figlio.

I pensieri di Michele sono nudi e crudi alla mercé del lettore e la storia prende il via quando la vedova di Mirko chiama i suoceri per una strana lettera che ha trovato a casa: la lettera di un avvocato per un test di paternità. Chi è la donna di cui si parla nella lettera? Mirko ha tradito Caterina?
E la domanda più importante di tutte: perché se ne è andato? Se c’è una colpa, di chi è?

Forse avrebbe dovuto insistere. Chiedere un parere, leggere di più.
Non servono a niente i pensieri fatti a ritroso, pensa Michele. Fanno solo male, ma eluderli è impossibile. Si piazzano sulle tempie e trapanano fissi, finché non si estinguono. Ci sono però quelli che resistono, che si flettono diventando filtri del vivere che non torna più come prima. Se l’è chiesto, Michele, cosa ne sia stato di quella convinzione di suo figlio. Erano stati bravi abbastanza da fargli capire che lo vedevano benissimo? Lo avevano fatto sentire un figlio unico e speciale? Oppure avevano mancato proprio in quello, lui soprattutto, distratti da cose di nessuna importanza, e avevano commesso l’errore terribile di pensare che se le derivasse da solo, certe evidenze, con gli strumenti a disposizione?
Pensieri bislacchi che non cambiano nulla, ecco cosa sono.

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Con uno stile essenziale, immediato e suggestivo, Chiara Marchelli ci trascina nella vita di una famiglia distrutta da una perdita insostituibile, nel dolore di una vita spezzata e nella ricerca di un senso – quando forse un senso non esiste.

“Le notti blu” mi ha accolta con un’atmosfera pacata, quasi sospesa nel nulla. L’autrice è riuscita a coinvolgermi nel profondo seppur non abbia un figlio e non possa capire fino in fondo una perdita simile.
Per me è stato come se fossi una spettatrice silenziosa delle giornate e, soprattutto, delle notti di Michele; una specie di spia che non può interagire e allo stesso tempo vorrebbe farlo per parlargli, urlargli contro e abbracciarlo stretto.

Ciò che mi ha conquistato poi è stata anche la scelta dell’autrice di collegare la teoria dei giochi al dolore: è affascinante come Michele, da grande studioso, non riesca a trovare un senso a ciò che è successo.
Il protagonista e voce narrante è proprio Michele che tenta di trovare una spiegazione matematica, analizza la propria vita attraverso le leggi della teoria dei giochi e si riscopre deluso e arrabbiato perché nessuno lo aveva avvertito, nessuno gli aveva introdotto una variabile così decisiva; una variabile che ha distrutto il loro equilibrio.

Per Nash, dunque, è possibile che le scelte dei giocatori determinino un vantaggio per tutti, o limitino lo svantaggio al minimo.
[…]
1) Tutti devono essere a conoscenza delle regole del gioco.
Non è stato così. A lui e Larissa non sono state dette. È stato da subito un gioco impari, sbagliato.

2) Qualsiasi variazione strategica potrebbe soltanto peggiorare la sua posizione.
L’unica strategia che abbia saputo mettere in atto è stata la sopravvivenza e, per quanto gli è stato possibile, proteggere Larissa. Ma dopo aver mancato il compito più importante. Quando ormai l’entità del suo intervento, qualsiasi fosse stata la sua variazione strategica, era diventata risibile.

3) L’equilibrio di Nash è anche conosciuto come equilibrio non-cooperativo.
Nessun equilibrio. Mirko si è ucciso e, per quanto duramente lui e Larissa provino insieme a cooperare per la sopravvivenza, continueranno a fallire.

4) Per Nash è possibile che le scelte dei giocatori limitino lo svantaggio al minimo.
Uno svantaggio abissale, pensa Michele, senza limiti. La scelta del giocatore più importante li ha gettati in un sistema caotico e imperscrutabile, dove valgono leggi che né lui né Larissa conoscevano. Sono rimasti vivi i pedoni: quelli che non valgono nulla, quelli che si muovono una casella alla volta e, secondo le regole degli scacchi, quando isolati rappresentano solo una grave debolezza, perché non possono essere difesi.

Michele si alza, apre l’anta del caffè.
Il latte versato nel lavello ha fatto una pozza opalescente intorno allo scarico che, a lasciarla seccare, diventerà una cro- sta sottile e giallastra sulla superficie luccicante dell’acciaio.

Un romanzo drammatico e intenso che riesce a colpire nel profondo, stringendo il nostro cuore in una morsa di emozione infinita.

Lo consiglio a tutti e sono molto contenta che sia candidato al Premio Strega 2017