Recensione e intervista: La principessa che aveva fame d’amore di Maria Chiara Gritti

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Buongiorno principi e principesse,

oggi parliamo di un libro che mi ha fatto capire tanto sull’Amore

e sono certa conquisterà anche voi. 

Scopriamolo insieme all’autrice, grazie a Sperling & Kupfer!

Trama

Belle, buone, brave e obbedienti: quante donne hanno imparato fin dall’infanzia che questo è l’unico modo per essere amate? Come succede ad Arabella, la protagonista di questa favola: pur essendo capace, intraprendente e piena di talenti, è pronta a sacrificare la sua allegria, la sua curiosità e i suoi stessi bisogni per compiacere i genitori e sentirsi apprezzata. Ma c’è qualcosa che grida dentro di lei, un grumo di insoddisfazione che le lacera lo stomaco e la rende irrequieta e vorace: è la sua fame d’amore. Si convince che solo un uomo potrà placarla e va dritta nella Città degli Incontri. Ma come può una ragazza poco nutrita d’affetto riconoscere il sapore del vero amore? È sin troppo facile accontentarsi di un riempitivo qualunque. Per fortuna c’è qualcuno pronto a darle una bella svegliata e guidarla a trovare la giusta ricetta.

In questa favola, la psicoterapeuta Maria Chiara Gritti affronta con ironia e delicatezza la love addiction, quella strana cecità del cuore che porta a scambiare ogni rospo per un principe, a cui dare tutto in cambio di… niente.

Troppe principesse ne soffrono, si aggrappano a rapporti squilibrati nei quali perdono autostima, fiducia e sorriso. Basta, non dobbiamo più accontentarci delle briciole, insegna la favola di Arabella: l’unico modo di nutrire il vero amore è imparare a nutrire noi stesse. E dovrà essere il principe a mostrarsi degno di noi.

Intervista

“Innazitutto sono molto emozionata e mi fa molto piacere condividere questo progetto con voi. Io sono una psicoteraputa quindi non avrei mai pensato di scrivere questo libro.
Tratto da diversi anni la dipendenza affettiva, quindi questa problematica per cui ci si lega a relazioni sbagliate restando dentro per diverso tempo. Conduco anche dei gruppi di aiuto. Mi sono pertanto occupata molto di questo tema e a un certo punto ho sentito l’esigenza di condividere quella che era l’esperienza di tutte le donne che ho incontrato in questi anni di lavoro. Tant’è che aprendo il libro sono loro presenti nella prima pagina..

‘A tutte le straordinarie donne dei miei gruppi,
che mi hanno concesso di guidarle
alla ricerca di se stesse
e che, scavando nel profondo del loro cuore,
sono riuscite a trovare l’amore.’

Scrivo che sono delle donne straordinarie perché queste pazienti, che di fatto si sono affidate a me, sono davvero straordinarie proprio perché hanno dei talenti importanti: sensibilità, intelligenza.. mi hanno raccontato la loro vita e spesso hanno avuto vite difficili. Sono donne molto forti e allo stesso tempo sono caraterizzate da questa fragilità relazionale che le spinge a volte a cercare una relazione a tutti i costi accontendandosi, come dice il libro, delle briciole.

Perché la principessa che aveva fame d’amore? Perché questa metafora sul nutrimento? Perché quando queste donne arrivano da me, arrivano veramente digiune d’affetto e d’attenzioni, perché, come cerco di spiegare nel libro, provengono da contesti familiari che per vari motivi non sono riuscite a nutrirle adeguatamente a livello affettivo perché a loro volta non hanno ricevuto la ricetta dell’amore e questo le spinge a cercare disperatamente qualcuno che conosca questa ricetta e che riesca finalmente a saziarle.

Questo accade anche alla protagonista del libro che, quando si rende conto di non riusicire a ricevere il nutrimento dai suoi genitori cade nella disperazione, ma proprio dentro questa disperazione riesce anche a trovare dentro di sé qualcosa: una voce che poi la accompagnerà per tutta la vita, la voce della Bussola.

La Bussola è uno dei protagonisti del libro. Questo è un concetto a me molto caro perché per Bussola intendo la bussola interiore che ciascuno di noi possiede. Anche se non abbiamo ricevuto affetto o abbiamo avuto dei problemi, c’è sempre dentro di noi quella voce che sa di cosa abbiamo bisogno e che ci guida anche nelle relazioni – anche se spesso non la ascoltiamo.

Vi faccio un esempio concreto: quando vedo le mie pazienti che sono dentro queste relazioni disastrose, faccio raccontare loro la storia di coppia e chiedo sempre ‘Ha sentito qualcosa che l’ha avvisata che questa relazione non era per lei, non rispondeva ai suoi bisogni? Allora si fermano un po’, ci pensano, mi guardano e rispondono ‘Sì, c’era qualcosa che mi aveva detto che non mi andava tanto bene.‘ Allora chiedo sempre ‘Come mai non ha ascoltato quella voce?‘ e mi rispondono ‘Perché non sono abituata a fidarmi di me stessa, di ciò che sento.
Questo è il senso della bussola: è la fiducia in se stessi, l’amor proprio che ciascuno di noi possiede.

Nel caso della principessa, come nelle dipendenti affettive, però i genitori non hanno aiutato a usare questa bussola e quindi a capire chi sei, di cosa hai bisogno. Infatti la nostra protagonista per cercare di avere un po’ di amore cercherà di utilizzare una strategia, cioè quella di essere una brava bambina. Quindi in un contesto in cui non ha ricevuto amore, si dice ‘Forse se aiuto i miei genitori in difficoltà, se sono brava a scuola, se non do problemi, se non disturbo con i miei bisogni.. forse riusciranno ad amarmi.
Però così facendo sviluppano un’idea molto sbagliata dell’amore. Un’idea che poi porteranno avanti per tutta la vita: l’amore è qualcosa che va guadagnato. Quindi non l’amore come qualcosa di gratuito – basta che qualcuno ami me come sono – no, devo conquistare l’altro, devo fare la brava e soprattutto devo soddisfare i suoi bisogni. E questo è ciò che succede ad Arabella che sfornerà per tanto tempo questi pani della brava bambina.
E cosa succede quando fai la brava bambina? Ti rinforzi: la scuola ti elogia perché sei brava, i familiari pensano di aver fatto un buon lavoro perché sei brava.. e quindi pian piano questa brava bambina diventerà la maschera della quale Arabella, e tutte le dipendenti affettive, non riescono a fare a meno perché hanno capito che ottiene l’approvazione. Però l’effetto collaterale della brava bambina è che non permette di soddisfare le proprie esigenze e allora succede che più si fa la brava bambina più viene trascurata la fame e intanto questa fame d’amore cresce, cresce, cresce.. fino a rivelarsi attraverso il Vuoto, l’altro protagonista del libro e lo sarà per molto tempo perché questa fame impedirà ad Arabella di sentire la voce della sua Bussola e sarà la fame d’affetto a guidarla.

Si era illusa di fuggire dalla penuria di cibo creando un regno incantato pieno di profumati pani ma di quel mondo fantastico ora non restava che una triste principessa, una principessa che aveva fame d’amore.

E quando uno segue la fame, non fa grandi scelte perché la fame ti porta innanzitutto a scegliere molto rapidamente, non ti concentri su cosa ti può piacere, la cosa importante è saziare il proprio appetito. E così Arabella lo farà nelle sue relazioni, così come le mie donne, e cioè basta poco che la degnino di uno sguardo per pensare che sia già l’uomo giusto e quindi non si concedono il tempo di valutare se quella relazione è adeguata.
Si tuffano in queste relazioni senza darsi il tempo di capire se il sapore di questo pane cambia, cosa che Arabella nei suoi tre incontri scoprirà man mano. Si renderà conto che quel buon sapore del pane che aveva assaggiato, che pensava fosse il pane dell’Amore, pian piano continua a perdere il suo sapore e anzi diventa indigesto. Questo accade perché non avendo mai assaggiato com’è il sapore del vero amore non lo sa riconoscere.
In più, cosa accade? Nelle relazioni affettive mette in atto l’unica modalità di amore che lei conosce: fare la brava donnina. Quindi: se io soddisferò i bisogni del mio partner, se mi renderò indispensabile, se mi occuperò di lui.. prima o poi mi amerà e questo porta i partner in realtà a non amare Arabella ma ad amare il suo ruolo, ad amare il fatto che lei si prenda cura dei bisogni e questo provocherà nella protagonista un senso di svuotamento. Continua a dare, a dare, a dare senza riuscire veramente a ricevere un nutrimento e ogni volta si ritroverà ad illudersi di aver colmato il suo Vuoto per poi scoprire che in realtà non è stato placato ma è diventato ancora più grande e insistente, così tanto che la porterà a distruggere la sua autostima e in un passaggio del libro il Vuoto la convincerà che le sue relazioni non funziano perché lei non è degna di amore. Un concetto molto forte e radicato in chi ha questa difficoltà.

“A volte bisogna perdersi per ritrovarsi”, le disse la sua interlocutrice con voce solenne, “e anche se ora pensi di aver sbagliato tutto, capirai che tutto quello che ti è accaduto era un passaggio necessario per arrivare a comprendere chi sei veramente.”

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Un altro inciso che faccio sul titolo e sulla metafora del nutrimento è questo: quando prima dicevo che il Vuoto viene riempito con il cibo, lo dicevo perché in molte circostanze chi ha delle fatiche in tema affettivo sente questo Vuoto e veramente usa il cibo. Come se ci fosse una strana confusione a volte tra lo stomaco e il cuore, quindi uno scambio tra il nutrimento emotivo e il nutrimento alimentare, che forse è un impriting che deriva dall’allattamento, che è la prima forma di amore che ci viene data.
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Io considero la protagonista un’eroina perché lei non ha ricevuto questi ingredienti dalla sua famiglia. Sua mamma a sua volta ha ricevuto un’idea inadeguata dell’amore però lei, anche se sbaglia, se cade, se commette un sacco di errori arriva fino alla fine, si affida, crede in qualcuno che le dia una mano e riesce a spezzare il copione dell’amore inadeguato quindi a interrompere quella trasmissione sbagliata dell’amore che lei aveva ricevuto. Questo è un aspetto centrale perché molti mi chiedono se si può uscire da questo disagio: certo, rimangono delle fragilità ma si può uscire perché nel momento in cui tu assaggi qual è il sapore del vero amore è difficile tornare indietro ed accontentarsi di cose insipide. Quindi questo riuscire a trovare se stessa sarà la miglior difesa in tutte le relazioni che seguiranno, in questo senso considero la mia protagonista un’eroina.

La scelta di scrivere questa storia sotto forma di favola è per riportare le tue lettrici alle loro bambine interiori?

“Sì, assolutamente si. Vi svelo una cosa del perché nasce questa favola. Tre anni fa divento mamma e inizio a leggere favole su favole a mio figlio e leggendole anche la mia bambina interiore si è risvegliata e mi sono ricordata di com’era bello quando mia mamma mi raccontava queste storie. E mi sono resa conto che in fondo mi sono scelta una professione che ha fatto si che non smettessi mai di ascoltare queste storie, solo che invece che essere dei personaggi inventati sono i miei pazienti e molto spesso ci diciamo che quando arrivano da me lo fanno perché in qualche modo non riescono più a proseguire la loro favola; cioè è successo qualcosa per cui la storia sta andando in un modo diverso e non riescono a essere le protagoniste della loro favola. E io penso che questo sia qualcosa che arriva in modo molto forte alle persone e spesso lo utilizzo in terapia. 

Io chiedo di raccontarmi la loro vita come se fosse una favola e così facendo rievoco la bambina che poi si ritrova nel libro perché alla fine quando qualcosa non funziona nella favola, è sempre perché quella bimba ha qualcosa che le è mancato quindi sicuramente l’intento è di evocare le bambine o i bambini proprio con l’uso della favola.

Ha avuto già un riscontro dalle sue pazienti a cui è stato dedicato questo libro?

“Sì e tanto. Sembra che sia molto piaciuto. Tanto che insieme a mio marito, che è un informatico, mi ha creato un blog sulla dipendenza affettiva e abbiamo fatto anche una sezione per i commenti perché sono stati tanti e pubblici ovviamente, quindi abbiamo chiesto il permesso di pubblicarli anche come incentivo a conoscere la problematica, a conoscere di cosa si tratta e la cosa che mi ha fatto più piacere è che spesso l’hanno letto anche persone che non si ritrovano in questa problematica ma lo stesso, non so cosa abbia mosso di preciso, forse davvero il bambino che abbiamo dentro di noi, ma l’hanno trovato davvero uno spunto molto interessante quindi, per ora, sembra che sia stato molto apprezzato.”

Qual è la più grande paura di queste principesse?

La paura di essere abbandonate. Siccome non hanno mai avuto un legame sicuro, non hanno mai creato un legame in cui potevano rilassarsi e pensare ‘basta che io sia me stessa e mia mamma e mio papà mi amano e io sono tranquilla, loro non vanno via.‘ Tutta la loro vita, invece, è stata: ‘mi devo tenere legata alla persona, devo fare questo se no questa persona non mi ama.Quindi hanno quest’ansia che cresce e quando entrano in una relazione percepiscono ogni minima distanza dall’altro come un segnale di abbandono. Classico esempio è: ‘lui non mi risponde al messaggio per tre ore.. quindi basta. Vuol dire che ne ha già trovata un’altra, non gli interesso più, mi ha già abbandonato.Quindi il mostro peggiore è proprio l’angoscia d’abbandono e non poter avere fiducia di poter essere davvero amate. Per questo è importante che loro abbiano fiducia in loro stesse per calmare questa angoscia abandonica, se no la portano sempre in tutte le relazioni.

È una favola quindi come in ogni favola c’è la strega cattiva che in questo caso è la mamma. Ma è colpa sempre delle mamme?

“Colpa è una parola grossa, nel senso che alla fine quando racconto la storia di Rosa lei era una donna creativa che è stata caricata di responsabilità e le è stato indottrinato un modello dell’amore sacrificale che è molto tipico delle nostre mamme. Come dire, più che “colpa” è che c’è stata questa cecità perché nessuno ha passato loro questo messaggio. Secondo me la nostra generazione è più fortunata perché ha tanti riferimenti anche fuori dalla famiglia. Poi uno commette sempre degli errori e tira fuori il pezzo che la mamma ti ha lasciato però l’importante è vederlo. Poi, come dicevo prima, conta moltissimo anche il papà perché il papà, soprattutto con le figlie femmine che devono individuare un modello maschile, conta ancora di più sulle questioni amorose. La mamma conta sullo sviluppo del tuo essere donna e il papà sulle scelte amorose, quindi direi un 50 e 50.

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

La principessa che aveva fame d’amore” è la storia di Arabella e di tutte le donne che come lei hanno sofferto di “fame d’amore”, quella fame che domina le nostre giornate, che ci rende affaticate, stanche e infelici perché bisognose di quell’amore che nutre e disseta. 

A una prima impressione vi può sembrare un libro di auto aiuto ma non lo è, anzi, è molto di più. L’autrice è riuscita a rappresentare la storia di queste donne straordinarie sotto forma di favola per risvegliare le bambine che sono dentro di noi e per quanto mi riguarda ci è riuscita pienamente. 

La storia di Arabella è tenera, commovente e coinvolgente. Con uno stile semplice e ammaliante come le favole più belle, Maria Chiara Gritti ci accompagna nella storia di Arabella e del suo viaggio alla ricerca del Pane dell’Amore, quello Giusto. 

“Vorrei che al tramonto mi raggiungessi di nuovo in questa stanza, perché desidero mostrarti qualcosa che forse ti aiuterà a comprendere che non sei sola nel tuo baratro. Molte, proprio come te, hanno dovuto scivolare negli abissi più profondi del dolore per comprendere che era arrivato il momento di risalire allungando la mano affinché qualcuno le aiutasse a venirne fuori.”

La principessa che aveva fame d’amore” è una favola contemporanea che consiglio a tutte le lettrici che vogliono farsi un regalo: regalatevi qualche ora del vostro tempo per assaporare il Pane dell’Amore e il Pane della Comprensione. 

Accompagnare Arabella lungo il suo viaggio è stata una bellissima esperienza e rileggerò questa favola di tanto in tanto per ricordarmi di non accontentarmi mai delle briciole.