Recensione e intervista: Il pane del diavolo di Valeria Montaldi

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Buongiorno e buon inizio settimana, cupcakes del mio cuore!

Oggi vi parlo de “Il pane del diavolo

un romanzo a cavallo tra la storia che vi saprà appassionare come solo i gialli riescono a fare!

Trama

1416, Castello di Fénis. Marion è una cuoca straordinaria. Le sue origini saracene ne hanno forgiato il gusto: le spezie, gli aromi, i condimenti insoliti con cui arricchisce i piatti entusiasmano il palato dei nobili commensali riuniti a banchetto. Talento e inventiva, tuttavia, non bastano a farle ottenere rispetto e considerazione: vessata da Amizon Chiquart, il celebrato maestro di cucina del duca Amedeo di Savoia, è costretta a subire umiliazioni continue, accettate sotto l’amara maschera della deferenza. Sì, perché lei è solo una donna e non potrà mai ambire a un ruolo superiore a quello di sguattera. O almeno così crede Chiquart, sottovalutando la tenacia, il coraggio e la rabbia che animano Marion. E soprattutto ignorando che un’ inutile saracena sappia leggere e scrivere. L’ultima scelta di una donna coraggiosa, la sua vendetta.
2016, Fénis. Il cadavere ritrovato nel bosco è quello di Alice Rey: la gola squarciata, il sangue che intride ancora la neve. L’indagine sul delitto è affidata al maresciallo Randisi del Comando dei carabinieri di Aosta. Da subito, gli indizi convergono sul marito della vittima, Jacques Piccot, chef stellato del ristorante di proprietà della moglie e appassionato collezionista di antichi ricettari. Le indagini sembrano confermare i primi sospetti, ma un secondo omicidio scoperchia un calderone pieno di segreti, rancori e ricatti che coinvolge l’intero ristorante. E a Randisi non resta che scavare a fondo fra presente e passato per scoprire di quanti veleni sia fatto un pane che ha il sapore del diavolo.

Intervista

“Questo è il mio ottavo romanzo. Tutti i miei romanzi sono ambientati nel Medioevo e sono stati definiti, secondo me a torto, romanzi storici a causa dell’ambientazione. Io non ritengo che lo siano, per me sono romanzi punto; ambientati in un periodo in cui non è il nostro, però sono romanzi.

Io per romanzo storico intendo il romanzo dove vengono narrate delle effettive vicende storiche romanzate; io non faccio questo lavoro. Faccio un grosso lavoro di documentazione, ci sono molti personaggi realmente esistiti però il tornio in cui faccio girare la narrazione sono personaggi di solito inventati.

Questi otto romanzi sono stati ambientati in luoghi diversi: ho iniziato con la Valle D’Aosta, poi mi sono spostata in parte a Milano e in parte ancora in Valle D’Aosta, poi a Parigi e a Venezia. Gli ultimi due romanzi – “La randagia” e “Il pane del diavolo” – sono entrambi ambientati in Valle D’Aosta, intendendosi la bassa valle, con un grande passato storico.
Sono anch’essi ambientati quindi in questa regione, ma hanno una particolarità che li diversifica dai precedenti: mentre gli altri sei erano ambientati solo nel periodo storico, questi ultimi due sono ambientati nel periodo storico antico e nel contempo ci sono dei capitoli più o meno alternati dove c’è una vicenda attuale che parla di un omicidio.

Ho fatto questa scelta perché ritengo che parlare del passato sia come parlare del presente. C’era qualcuno molto più bravo di me, che si chiamava Alessandro Manzoni, che quando ha scritto “I Promessi Sposi” ha raccontato una storia ambientata nel ‘600 dove, però, come sappiamo tutti lui parlava del suo stesso periodo storico, quindi dell’800. Non voglio imitarlo, per carità, ma diciamo che la scelta è la stessa.

Siccome studiando mi sono resa conto che ci sono moltissime concordanze, per lo più negative ma fa niente, tra quello che accadeva nel passato e quello che accade oggi, allora ho preferito mettere in questi ultimi due romanzi le due vicende in modo che fosse ancora più immediata la consonanza tra passato e presente.

C’è una differenza di fonti tra la parte storica e quella romanzata? C’è una parte vera e una no?

“Sono tutte e due invenzioni, nella parte storica di questo romanzo, come anche per il precedente, siccome mi documento molto prima di mettermi a scrivere sulla storia, alcune vicende sono vere. I personaggi soprattutto: c’è un signore della Valle D’Aosta, c’è il duca di Savoia, ci sono altri personaggi vari. Sono tutti personaggi veri di cui io ho studiato e brigato per capire ogni loro aspetto e su questo insieme di personaggi ho costruito una storia inventata, questo per quanto riguarda il passato. Sul presente ancora di più perché c’è l’invenzione narrativa.”

Come è nata la passione per il medioevo?

È stato un caso perché prima di mettermi a scrivere romanzi, ho passato venticinque anni della mia vita a fare la giornalista per un giornale di Milano. Questo vuol dire che intervistavo personaggi di genere vario, soprattutto legati alla cultura perché sono laureata in storia dell’arte, pertanto mi sono subito fiondata verso il mio argomento: pittori, architetti, fotografi eccetera. Oltre a questo, andando avanti per questa strada, l’editore di questo giornale mi ha chiesto di fare ricerche e scrivere un libro su alcuni luoghi antichi di Milano – edifici storici sia religiosi che civili – cosa che ho fatto e mi è piaciuta molto, e già lì c’è stato un minimo di interesse in più.
Dopodiché a un certo punto siccome mi piaceva molto scrivere e sembrava che venissi apprezzata come scrittrice mi sono buttata un po’ pazzamente nella stesura di romanzi.
Io conosco molto bene la Valle d’Aosta perché ci vado da quando ero ragazzina e lì c’è una storia medievale di una popolazione molto particolare che mi ha intrigata da subito e anche lì ho iniziato uno studio bestiale. Ho cominciato così, per un caso, poi quando si inizia a studiare e ci si appassiona viene voglia di andare avanti e approfondire sempre di più. Il Medioevo è molto lungo e contraddittorio da diversi punti di vista. Allora ho allargato il campo e ho studiato la Milano medievale e così andando avanti, a questo punto avevo un buon patrimonio di studio sul periodo e questo è stato il motivo scatenante di questa passione.

Come le è venuta proprio l’idea di un ricettario di un cuoco medievale?

“Il ricettario esiste davvero ed è conservato in una biblioteca svizzera, ha subito varie traversie ed è uno dei più importanti ricettari dell’inizio del 1400. Innanzitutto perché questo Chicart, il nome del maestro di cucina, era il cuoco di Amedeo VIII di Savoia quindi di un potente che faceva spesso banchetti di tutti i tipi per gli ospiti nel suo castello. Questo cuoco aveva scritto un ricettario molto interessante, anche molto difficile da leggere, – io come sempre me lo sono sciroppato tutto – è molto interessante perché sono descritte ricette molto particolari – che tra l’altro vengono riprese adesso dagli chef stellati – e poi perché viene spiegato il tutto con molta dovizia di particolari: i piatti, ad esempio, dovevano essere presentati in un certo modo, con il giusto accostamento di colori.

Per farvi un esempio, portavano nel salone dove avvenivano i banchetti un cigno. In cucina lo svuotavano, lo cuocevano poi lo lasciavano intatto senza togliergli le penne, tiravano fuori tutto e mettevano in cottura quello che c’era da cuocere con spezie e salse varie e rimettevano tutto dentro nel cigno. Talvolta c’è stato qualcuno, mi sembra alla corte di Francia, che ha messo un meccanismo in modo che questo cigno morto e cotto potesse muovere la testa intanto che veniva portato sul carrello.
Oppure una portata di cui parlo nel romanzo, è il cinghiale sputa fuoco o porco sputa fuoco, che veniva cotto arrostito tutto intero e poi gli spalancavano la bocca e mettevano in fondo uno stecco in modo che restasse spalancata e sotto lo stecco mettevano del cotone con acqua di vite – come l’alcool di adesso – poi immediatamente prima di portarlo in salone gli davano fuoco in modo che arrivasse questo affare stupefacente che sputava fuoco; e poi tantissime altre cose meno eclatanti che però comunque richiedevano l’accostamento di colori e sapori, quindi una cucina ricercatissima che per certi versi senza il cinghiale sputa fuoco ricorda un po’ la ricerca e la voglia di stupire gli chef dei nostri giorni.”

Le piace cucinare?

“Io sarei anche una discreta cuoca, mi piace cucinare e questo romanzo che parla anche di cucina è una sorta di contrappasso per me perché io sono un’allergica da manuale. Questo implica che se ho ospiti ovviamente cucino ma non mangio, loro sembrano apprezzare e per fortuna ho un marito adattabile. Detto ciò, mi piace cucinare e sono anche abbastanza inventiva.”

La sua passione per la cucina l’ha influenzata in qualche modo durante la stesura del romanzo?

No, guarda, più che altro ciò che mi ha influenzato di più è che si continua a leggere urbi et orbi, su tutti i giornali, su tutte le TV, di cucina e chef stellati. Allora ho pensato: ma è possibile?
Mi sono resa conto che continuano a nascere luoghi dove si utilizza e si vende il cibo, inoltre di cibo se ne legge e se ne parla e tutto questo mi ha fatto riflettere su l’importanza che ha a livello simbolico. Penso anche che sia un argomento che possa attrarre i lettori un po’ perché si continua a parlare di cucina, un po’ perché non è detto che tutti sappiano dei ricettari scritti nel ‘400 e magari è intrigante da capire e scoprire.”

Per quanto riguarda l’ambientazione, sono ambientati in Valle d’Aosta solo per un fattore storico o anche perché è una sua passione?

“La Valle d’Aosta la conosco bene da quando ero ragazzina, l’ho girata tutta e conosco molto bene anche i Valdostani. La basse valle – la strada che porta da Ivrea al Monte Bianco – è un posto affascinante, un po’ per questi castelli, alcuni diroccati, altri invece sono stati ripresi e restaurati – come quello presente nel romanzo – ed è affascinante perché uno entra in autostrada e si trova davanti il cielo, in fondo il Monte Bianco.. Ti ritrovi con quattro nuvole e l’atmosfera cambia completamente, sembra di essere in un altro posto.
Voglio dire che è un posto che dà una serie di sensazioni particolari – probabilmente anche altri posti di montagna come le Dolomiti, la svizzera, ma preferisco sempre la valle d’aosta. Questa parte della Valle in alcuni punti ricorda molto le highlands scozzesi: è un posto di fascino e pieno di storia che da dei grandi spunti per costruire una storia inventata.

Recensione

4/5_Ottimo

La storia raccontata in quest’avvincente romanzo si dipana tra il 1416 e i primi mesi del 2016: da una parte siamo nel castello di Chambéry dove Marion, una vedova saracena, è al servizio del cuoco Chiquart che a sua volta è al servizio di Amedeo VIII, duca di Savoia. Dall’altra parte del nostro flusso temporale siamo in Valle D’Aosta, a Fénis, dove viene ritrovato il corpo senza vita di Alice Rey, proprietaria del ristorante “L’auberge de Jacques”.

La giovane cuoca alla corte del duca è tenuta in bassa considerazione, eppure i suoi preparati con spezie e condimenti particolari e innovativi conquistano il palato di molti commensali. Proprio per questo motivo, il maestro di cucina Chiquart la tratta peggio di una sguattera e tenta in diversi modi di metterle i bastoni tra le ruote per allontanarla dal suo “dominio”; ma Marion ha un’istruzione che le permetterà di vendicarsi dello chef e guadagnarsi una garanzia per il futuro..

Tornando ai nostri tempi, quando viene trovato il cadavere di Alice Rey è il maresciallo Randisi del comando dei carabinieri di Aosta a occuparsi del caso con l’aiuto della sua assistente Lucchesi. I primi indizi riconducono al marito della vittima, Jacques Piccot, un ambizioso e apprezzato chef con una nascosta passione per i ricettari antichi ma con una sapiente scelta di indizi, Valeria Montaldi, ribalta ogni nostra deduzione e il mistero continua a infittirsi tra il mistero di Marion e quello di Alice Rey.

Le due storie all’apparenza parallele sono strettamente collegate e Randisi dovrà scavare nel passato per trovare le risposte del presente.

Valeria Montaldi ha creato una storia intrigante che ha saputo conquistarmi nonostante io non sia amante dei libri con componenti storiche. La sua scrittura è ben studiata e calibrata in base al periodo storico di cui scrive e si comprende quanto abbia studiato la storia di quel periodo grazie all’ambientazione, ai dialoghi e a tutti quei piccoli ma non meno importanti dettagli che hanno reso “Il pane del diavolo” un romanzo vivo e coinvolgente.

L’autrice ha voluto celebrare l’argomento più in voga degli ultimi anni, il cibo, creando una storia che lo rendesse filo conduttore tra due periodi storici tanto lontani quanto simili, come le donne che ne sono protagoniste.