Recensione e intervista: Il maestro di Francesco Carofiglio

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Buongiorno lettori adorati, 

oggi vi presento una novità davvero interessante: 

Il Maestro.

Qui troverete l’intervista e la mia piccola opinione! 

Trama

Corrado Lazzari è stato il più grande attore del Novecento. Il volto della tragedia shakespeariana, l’interprete sofisticato e potente, acclamato dalle platee di tutto il mondo, è oggi un uomo solo. La fama, il successo, gli amici, tutto perduto. Le giornate si inseguono, uguali, in un appartamento di un palazzo abbandonato nel centro di Roma. Corrado riordina l’archivio di una vita intera, giornali, fotografie, copioni, mescolando la fragilità del presente ai ricordi del passato: gli anni all’accademia di arte drammatica, le tournée in giro per il mondo e il grande amore perduto per Francesca. Sembra che tutto debba continuare così, identico a se stesso, fino alla fine.
Poi un giorno arriva lei, e tutto cambia. Alessandra è giovane, poco più di vent’anni, e studia lettere con indirizzo teatrale, così dice al maestro presentandosi. Timida e impacciata, cerca di entrare nella vita di Lazzari. L’iniziale ritrosia dell’uomo viene spazzata via dall’ansia di sapere della giovinezza. E attraverso le parole del teatro, quelle che hanno riempito la sua vita, Corrado forse scoprirà, insieme con quella ragazza, il modo di accettare la propria caduta e di rendersi immortale nello stesso, perfetto istante.

Francesco Carofiglio ancora una volta dischiude una realtà intima e universale, in cui l’esistenza assume un significato autentico solo nella condivisione dell’attimo, e nel legame con l’altro. Anche il più impensabile.

Intervista

Una lunga intervista a cui tengo molto perché l’incontro tra noi blogger e l’autore è stato davvero stimolante.
Inoltre permette di comprendere molti aspetti della storia di Corrado Lazzari: la nascita, il linguaggio usato, l’uso dell’opera di Amleto e tanto altro ancora.

Godetevela!

“Questa storia nasce da un precedente: prima di scrivere il romanzo, circa dieci anni fa, ho scritto una pièce teatrale che aveva lo stesso titolo. Non è la stessa cosa del romanzo, intendiamoci, però il tema è il medesimo. Questa pièce sarebbe dovuta andare in scena interpretata da Giorgio Albertazzi, che voleva farla fortemente. Poi il progetto è stato bloccato e ho messo tutto quanto in un cassetto.
Questa storia, però, ha continuato a circolare nella mia testa e ha cominciato a mutare forma: ha iniziato a prendere forma di un romanzo, seppur un romanzo atipico e abbastanza anomalo anche nella struttura narrativa.
Credo che sia un romanzo che risente di esperienze che si intrecciano. Mi riferisco alle mie esperienze di formazione.
Io ho fatto per molti anni l’attore e ho fatto e faccio, nei tempi consentiti, anche regie.

Quest’uomo ormai anziano che è stato il più grande attore del Novecento, nella finzione narrativa, non è più in accordo con i ritmi del mondo perché è fuori dalla scena. Questo mi sembrava un tema forte, qualcosa che potesse essere interessante indagare; cioè stare dentro questo territorio di disagio e capire se questo territorio di disagio può generare cose inaspettate.
Sebbene questa storia parta da una pièce non c’era nulla di scontato quando lo scrivevo, non è detto che ciò che ho scritto somigli veramente alla pièce. Come spesso accade i personaggi si prendono il loro spazio e le storie prendono una strada che a volte non è totalmente prevista ed è accaduto anche in questo caso. Io non sapevo dall’inizio quale sarebbe stato il rapporto reale tra il Maestro e Alessandra, la ragazza con cui entra in comunicazione; forse sono stati più i personaggi a raccontarmelo.

Vi dico anche un’altra cosa: talvolta leggo ad alta voce mentre scrivo perché provo a capire sin da subito il suono che fa. Questo mi consente prima di tutto di ottimizzare tecnicamente i tempi; è come se sviluppassi una sorta di editing in contemporanea perché non mi piace buttare giù un sacco di roba che poi sarà buttata via. Mi piace pensare che quello che scrivo sia una forma già matura del romanzo. Chiaro che poi si lavora per sottrazione, però la voce aiuta molto. La parola detta è secondo me fondamentale per chi scrive. Leggere ad alta voce è uno dei modi per incominciare a creare equilibrio nella scrittura.
E qui questa cosa è stata molto presente, forse anche più delle altre volte perché ho provato a scrivere questo romanzo come se a narrare fosse uno spettatore nascosto in platea e tutta la scena, che si svolge di fatto dentro una stanza, fosse quello che lo spettatore vede dalla platea sul palcoscenico.

Quindi questa dinamica anche un po’ surreale, se vogliamo, ha comportato anche delle scelte tecniche. Ad esempio, tutta la narrazione è al presente, tutto ciò che accade accade in quel preciso istante. Questo ha più a che fare con le discipline della rappresentazione sulla scena che con la narrativa in senso stretto. Chiaramente molti hanno usato il presente nella narrazione, però in questo caso è anche il ritmo a volte un po’ sincopato o il fatto di dare un certo peso agli spazi e ai silenzi è stato fondamentale per me.
Vedremo se per i lettori sarà lo stesso.”

Parlando della soggettiva, la parte del passato l’hai chiusa nelle scatole di giornale. È quello che hai usato per creare la parte di ricordi e memoria.

“Sì, c’è il confronto quotidiano di Corrado Lazzari con la sua vita trasferita dalle sue immagini, dalle recensioni, dalle cose scritte dagli altri su di lui per quel che concerne la sua presenza sulla scena quindi questo è un canale della memoria. Poi c’è quello più privato che corre parallelo e che è stata la sua vita in quegli anni.

Quindi quando lui parla di Amleto, e se ne parla diffusamente, l’impulso iniziale è legato al modo in cui è nata quella messinscena e al modo in cui in corrispondenza di quella messinscena c’è stata una lacerazione nella sua esistenza, quella con la donna che lui ha amato. Quindi c’è un percorso duplice della memoria: uno guidato dall’archivio della sua vita e l’altro generato dall’impulso della suggetione che le storie della scena hanno portato nella sua stessa esistenza.

Hai lavorato per anni in teatro quindi sarai entrato in contatto con tanti colleghi, ci sono dei modelli a cui hai pensato mentre scrivevi questo libro? Ci sono degli attori che in qualche modo hanno ispirato la figura del Maestro?

“Ho pensato ad alcuni dei grandi vecchi del teatro italiano che ho conosciuto e con cui ho anche lavorato perché naturalmente ero portato a immaginarli dentro questa situazione, quasi che fossero gli interpreti di questo spettacolo – chiamamolo così.
In realtà, poi, molto velocemente Corrado Lazzari è diventato lui soltanto, con dei connotati che sono soltanto suoi. Indubbiamente, rispetto all’esperienza condivisa con altri grandi attori, c’è qualcosa che ha a che fare con uno dei temi importanti di questa storia: la percezione dello spaesamento, della solitudine una volta che lo spettacolo finisce. Questa è una cosa a cui io tengo molto. Questa percezione l’ho vista in alcuni grandi vecchi, li ho visti improvvisamente fragili e questa è una cosa su cui riflettere. Quindi in che modo l’esperienza dell’attore poi si può confrontare e risolvere nell’esperienza privata delle persone, nella vita reale.”

Il palcoscenico come metafora della vita e quando uno arriva al punto in cui non ha più nulla da dire ripensa al passato, non vede più il futuro o trova il futuro nei giovani. 

Anche per tradizione il palcoscenico è una metafora dell’esistenza. In questo caso c’è un doppio salto mortale che è una metafora della metafora, non so come spiegarmi, perché essendo un personaggio sulla scena lui rappresenta la sua vita sulla scena e la sua vita al di fuori della scena come se fosse un attore quindi è come un incartarsi continuo, un rincorrersi dei ruoli e questo secondo me è uno stimolo forte dal punto di vista creativo.

Una bella sfida perché bisogna capire in che modo trasferire tutto questo con parole elementari, cosa a cui io tengo. La semplificazione del linguaggio non significa un linguaggio superficiale. Mi piace associare delle strutture elementari in cui c’è un elemento di crisi all’interno in maniera che poi ciascun lettore associ una sua percezione personale. L’attenzione ai piccoli dettagli, secondo me, serve a dare strumenti, spunti, linfa a chi legge per inventare la sua storia. Ragionando più come lettore che scrittore, quello che mi aspetto da chi scrive sono delle piccole mine inesplose, cioè voglio camminare in questo piccolo terreno minato e come lettore, se possibile, farle esplodere.”

Abbiamo parlato del canale della memoria, ma la memoria è individuale, ciascuno con se stesso non è mai onesto cioè si ricrea il passato. Il Maestro vive una vita che non c’è, che forse non c’è stata. 

“È vero. È un elemento ricorrente anche se vi capita di ascoltare i racconti di alcuni grandi vecchi del teatro. Questi racconti sono affascinanti anche se a un certo punto si ha la percezione che quel racconto magari non esiste, corrisponde a una memoria generata. Ne parlava anche Calvino, cioè non è molto importante che un episodio della vita sia realmente accaduto. È molto importante che noi lo ricordiamo e questo è un piccolo segreto della scrittura e della conservazione della memoria e delle emozioni, credo.”

Mi ha incuriosito molto il rapporto tra Corrado e Dio perché lui dice di non credere in Dio ma di ritenerlo quasi un amico, di parlare con il crocifisso. Perché questa scelta?

“Beh, è chiaro che i non credenti molto spesso, specie quando hanno un certo tipo di formazione, sono fortemente attratti dalla suggestione dell’immanente, non riuscendo però a collocarla. In quel caso la rappresentazione dell’immanente attraverso il simbolo del crocifisso rappresenta forse anche un canale di fuga: quando la fragilità si presenta bisogna in generale parlare con qualcuno. Per uno come Corrado Lazzari abituato a parlare pochissimo con gli altri, ecco quello diventa improvvisamente un suo amico, diventa un totem della sua fragilità in qualche modo e forse anche un’avvisaglia di qualcos’altro che però non posso dire.

Come mai è stata scelta proprio l’opera di Amleto come filo conduttore?

“Ci sono diversi motivi. Intanto perché Amleto è l’opera a cui ambisce misurarsi qualsiasi grande attore ed è un passaggio quasi obbligato della carriera di un grande attore. Non sempre un passaggio felice, c’è una storia di fallimenti nell’interpretazione di Amleto che costituiscono la forza di quest’opera. Cioè io riesco a credere alla messinscena di Amleto anche se c’è un cane che urla in scena con un teschio in mano perché Amleto è talmente entrato nel bagaglio delle emozioni delle persone.. Anche chi non l’ha letto sa qualcosa di Amleto e questo, se ci fate caso, è straordinario. Non esiste quasi per nessuna opera una caratteristica così. Se ci fate caso vi viene in mente qualcosa per cui è possibile dire la stessa cosa? Edipo, ad esempio, ma semmai lo associamo al complesso.

Amleto è il personaggio simbolo. Tutti noi riusciamo a pensare ad Amleto in una forma differente sia perché lo associamo a un Amleto che abbiamo visto sia perché lo associamo a un Amleto che abbiamo letto. C’è un motivo: il poeta Eliot scrive di Amleto – una cosa che ho citato anche nel romanzo – dice che la forza straordinaria di Amleto è che è un’opera piena di buchi.

Avete presente la struttura dei buchi neri? Da cui nulla pare venir fuori e da cui tutto sembra venire risucchiato. Ecco ci sono delle zone di risucchio nell’Amleto che costituiscono la fortuna dei grandi attori perché dentro quelle zone il grande attore si muove, dentro alcune incongruenze il grande attore può creare, e anche il regista.
Anche il lettore lo può fare. Il lettore lo legge la prima volta e forse dopo quindici giorni non si ricordi cosa ha letto. Sì, ti ricordi alcune cose però ti perdi dei passaggi necessari. Io Amleto l’ho letto circa dieci volte e forse soltanto adesso inizio ad avere un quadro di insieme. Ecco, Amleto è un’opera legata davvero allo spaesamento dell’attore e questa è una storia sullo spaesamento dell’attore, quindi questa è un’opera specchio per la vicenda di Corrado Lazzari.

Ti piacerebbe vederlo adattato per il teatro?

“C’è un inizio di progetto in questo senso. È possibile che venga messa in scena ma nella forma del racconto. E in quel caso prendendomi tutti i rischi del caso lo farò io insieme ad un’attrice, però raccontando e diventando. È una sfida secondo me ancora più grossa, però arrivi a un certo punto in cui si deve vivere di piccole sfide.”

Un consiglio da dare a uno scrittore emergente?

Intanto il primo consiglio è di essere capaci di buttare via quel che si è fatto. Avere il coraggio della cattiveria rispetto a quello che si è fatto perché questa è una cosa molto formativa, cioè avere il coraggio di non pensare che se una cosa l’hai scritta e finita sarà quella la storia che ti porterà avanti.

Lasciare decantare le cose che si scrivono per un po’. Non metterle in circolazione subito perché quello che penserai di ciò che hai scritto dopo sei mesi probabilmente sarà differente e lì avrai una visione più lucida per poter capire se questa cosa funziona o no e se questa cosa ti rappresenta come scrittore e persona oppure no. 

Molta tenacia, molta capacità di sacrificio, sapendo che quello che fai è una cosa meravigliosa quindi un sacrificio che vale la pena fare.

E poi trovarsi anche delle piccole situazioni speciali in cui scrivere. Ogni scrittore ha un posto. Io per esempio ho dei posti vari: ogni romanzo lo scrivo in un posto diverso ma non per scelta, perché capita. C’è chi invece ha dei riti: mi viene in mente Joe Lansdale che mi ha detto che si è fatto costruire in casa una camera completamente nera. Lui entra in questa stanza in cui non ci sono finestre e il pavimento e le pareti sono nere. Quindi lui sta nel buio assoluto, con l’unica luce del computer.
Per dire esiste questo, esiste chi non riesce a scrivere in altri luoghi.. Per cui trovarsi anche un modo per stare a disagio nel mondo.
Un leggero disagio crea vitalità.

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

Dopo un’intervista così la mia recensione impallidisce ma spero di riuscire a spiegarvi meglio che posso la bellezza di questo romanzo.

Corrado Lazzari è il protagonista di questa storia intensa e piena di emozioni contrastanti.
Il contrasto che si avverte è quello tra il passato – glorioso, traboccante di successi e soddisfazioni, pieno di persone, ammiratori e amici – e il presente – cupo, abitudinario, in cui regna solo la solitudine in un castello di ricordi.
E dopo una vita così, ha solo i ricordi in cui crogiolarsi e solo quella stanza in cui recitare fino all’ultimo atto.

I ricordi sono insetti che volano, controvento, e attraversano i vortici, come se non avessero corpo da opporre, ma fossero solo ali, che tagliano l’aria.

Corrado Lazzari è stato uno degli attori più grandi del Novecento ma ora è un uomo solo, che vive gli ultimi anni della sua vita in un appartamento nel centro di Roma. Un appartamento che è una prigione o un rifugio?

Non ci è rimasto nessuno, sono andati tutti via. A volte prova a immaginarla, vista da fuori, la sua finestra accesa su una facciata di finestre cieche. Come fosse l’ultimo sopravvissuto, nella città morente. 
[..] La musica si diffonde nell’ambiente, sembra rivestire ogni cosa, in una sintonia misteriosa con gli oggetti. La stanza è uno spazio che respira, vuota, come la scena di uno spettacolo.
Ecco, c’è questo. La casa di Corrado Lazzari sembra vivere, vuota e silenziosa, anche quando lui non c’è. 

Non esce quasi mai perché dice di aver “sviluppato una sorta di allergia al contatto, con le altre persone“. Non vuole scambiare frasi di circostanza, stringere mani e dover interagire con altre persone lo disturba, ogni conversazione è resa all’osso.
Per questo motivo le uniche persone con cui entra in contatto (un misero e veloce scambio verbale) sono la signora delle pulizie e Alessandra, una giovane studentessa di lettere che gli porta ogni giorno il pranzo e la cena proveniente dal ristorante per cui lavora. 

Alessandra chiede al vecchio e silenzioso attore di poter discorrere sul suo passato, sull’arte, sulle opere teatrali nel quale ha recitato e, nonostante una forte ritrosia iniziale, Corrado cambia idea e accetta.

Negli ultimi tempi è diventato insofferente a tutto. A volte se ne rende conto, a volte no. Adesso la ragazza insiste, troppo. Vorrebbe che sparisse per sempre, vorrebbe tornare a letto e risvegliarsi vent’anni prima.

La richiesta della giovane studentessa scombina gli equilibri e i rituali dietro i quali il Maestro si nasconde. Dal recitare da solo ogni giorno lo stesso copione, le sue giornate vengono scandite dagli attimi in cui si racconta, insegna e sprona Alessandra.

Questa recensione non può sviscerare un romanzo del genere e non sarei neanche in grado, ci sono così tante cose da dire e tante da lascarvi scoprire. 

Ciò che è innegabile all’occhio di qualsiasi lettore è l’arte di Francesco Carofiglio: parole che diventano frasi, frasi che diventano musica. Lo stile di Carofiglio è poetico e delicato, eppure semplice, scorrevole e coinvolgente. 

Gli piace il silenzio nudo delle case antiche. Tutti i suoni delle cose, una sintonia sottile. 
Gli piace sentire il rumore, le pagine dei giornali che gracchiano, la frizione liscia del velluto sulla poltrona, le posate che fanno la scherma e diventano sasso sulla tavola di legno crudo. Quella stanza lontana dai rumori del tempo che è andato. A volte non se li ricorda neanche più i rumori, e le luci negli occhi. Quelle facce che ridono, i bicchieri e le automobili nelle città. A volte invece è come se si aprisse una porta, ed entrasse una luce che acceca.
E quel mondo torna.

La presenza dell’opera di Amleto, inoltre, è presente per tutto il romanzo ma anche in questo caso mi affido alle parole dirette dell’autore che spiega meglio di quanto potrei fare io. 

Il Maestro” è un romanzo drammatico, malinconico, eppure pieno di voglia di vivere; un romanzo che trasmette emozioni forti e delicate allo stesso tempo. A fine lettura sono convinta di poterlo rileggere ancora e ancora e scoprire cose nuove, significati nascosti, nuove metafore legate alla vita di ognuno di noi. 

Un romanzo che consiglio dal profondo del cuore a coloro che amano l’arte in ogni sua forma perché questo romanzo ne è la rappresentazione.

Chi lo vuole l’amore, le attese, i rumori dei passi nelle altre stanze? Il profumo dei capelli appena lavati, le dita che toccano le dita. Chi è che cerca quel suono, distesi nel letto, quando le voci parlano al buio, e lo spazio dilata, fino a sembrarti il mondo?
Le persone appaiono e scompaiono. Spariscono dalla tua vita.
È a questo che pensa, mentre la giornata finisce. E gli sembra che alla fine sia giusto così.