Recensione e intervista: Gli innocente di Paola Calvetti

.

Buonasera, lettori adorati.

Martedì la giornalista e scrittrice Paola Calvetti ci ha aperto le porte della sua casa per un bellissimo incontro tra librai e blogger per parlare del suo ultimo romanzo:

“Gli Innocenti”.

Trama

Jacopo e Dasha sono in scena per il Doppio concerto per violino e violoncello di Brahms che, pagina dopo pagina, è l’occasione per rivivere i passi della loro storia d’amore. Dopo una lunga assenza, Jacopo torna a Firenze, all’Istituto degli Innocenti, il luogo eletto che lo ha accolto quando venne abbandonato da una madre rimasta nell’ombra, la cui identità è diventata negli anni la sua claustrofobica ossessione. «Come posso scoprire la mia storia se non so da dove vengo?» si chiede. Adottato da una famiglia troppo fragile e gravato di aspettative insostenibili, Jacopo è stato privato della spensieratezza dell’infanzia. A salvarlo è stato un piccolo violino, l’ancora alla quale assicurare i desideri e i sogni. Perché, se la felicità è un talento, Jacopo riesce ad avvicinarla solo stringendo fra le braccia lo strumento. Ma non sempre l’amore salva. Non se nell’amore pulsano, insistenti, vecchie ferite. Dasha, nata in un piccolo paese in Albania, è cresciuta circondata da un amore che Jacopo non conosce. Grazie a un padre devoto e illuminato, ha potuto frequentare il Conservatorio di Tirana, dove ha incontrato il violoncello, destinato a diventare il suo unico amico. Fuggita dal porto di Durazzo, dopo la rovinosa caduta del regime, è sbarcata a Brindisi il 7 marzo del 1991, insieme a migliaia di profughi. Anche le sue radici sono state recise, ma la musica ha compiuto il miracolo di preservare dal dolore il suo animo delicato e forte. Eppure nemmeno Dasha, che ora suona di nuovo accanto a lui, è riuscita a distogliere Jacopo dalla ricerca di un passato che ha il potere di avvelenare il presente, rendendo orfani i due amanti di un futuro possibile. Dove ad aspettarli, forse, c’è un bambino. Nel corso dell’esecuzione del Doppio di Brahms accadrà qualcosa di totalmente imprevisto. La musica si fa eco dell’amore e di una sconvolgente rivelazione.

L’intervista

Cito: “Tutti abbiamo bisogno di storia a cui appoggiare i nostri pensieri.”.
Allora io mi chiedo qual è la storia su cui ha appoggiato “Gli Innocenti“?

“Il romanzo è nato da una frustrazione perché lavoravo a Firenze e avevo in animo di scrivere una storia con dei punti fermi: doveva essere ambientata a Firenze, doveva essere la storia di un musicista e doveva trattare il tema dell’orfanilità.
Ovviamente l’Istituto degli Innocenti è il luogo eletto perché dal ‘500 che accoglie bambini, quindi ho chiesto appuntamento con la direttrice dell’archivio e volevo una storia – volevo che delle cinquecento mila mi regalasse una storia. Mi sono premurata di dirle chi ero, cosa facevo, qual era la mia intenzione e volevo proprio convinerla. La direttrice è stata deliziosa, mi ha ascoltato con interesse e l’unica condizione che avevo messo era che volevo una storia del dopoguerra perché non mi sentivo in grado di scrivere una storia durante la Prima Guerra Mondiale e non volevo assolutamente scrivere un romanzo storico. Lei mi ha detto, però, di non potere perché la legge glielo vieta e io ci sono rimasta malissimo. Ho rintuzzato questa delusione intanto perché mi ero già fatta tutto il mio film e poi perché l’ho trovata una cosa terribile: la legge dice che devono passare cento anni dall’abbandono di un bambino di madre non riconosciuta, cioè che non accetta di essere nominata, e quindi non potevo avere alcuna informazione.
Il romanzo è nato proprio da questa frustrazione perché è stato doloroso per me e da lì è nata l’idea del mio personaggio.
Quanto alle fonti, poiché lui non sapeva chi era sua madre, volevo che il lettore iniziasse con lui che va a reclamare la sua storia e poi, come vedrete nel libro, lui esce in Piazza Santissima Annunziata e immagina il suo abbandono. Jacopo sa di essere nato il 9 dicembre del 1950 però nel lettore poteva nascere l’idea che fosse quello l’abbandono vero; è un po’ un libro che vuole dare indizi uno dopo l’altro.

Incredibile, penso, mentre entro in un magico e polveroso contenitore di stanze che si susseguono l’una dopo l’altra, riscaldate dal legno di ballatoi ai quali si accede da piccole scale. Le pareti sono interamente occupate da scaffali alti fino al soffitto, stipati dalla monotonia cromatica di migliaia di volumi nei quali sono annotate le tappe della vita di esposti, gettatelli, nocentini – chiamateci come vi pare, tanto siamo soggetti insignificanti per pittori e musicisti.
[..] Qui dentro tutto parla di bambini che non chiedevano amore, ma lo ricevevano come figli di un’unica madre. Cinquecentomila storie di vita.
E morti premature.

La scelta del protagonista maschile è stata casuale o voluta?

“È stata una sfida perché mi viene sempre detto che sono una scrittrice femminile. Jacopo è volutamente uomo perché volevo misurarmi con me stessa. È un uomo particolare, fragile e complicato; ci ho provato, non l’ho mai fatto e spero di esserci riuscita bene.”

Come mai le è venuta l’idea del personaggio di Dasha: albanese che arriva con la famosa nave che ha scaricato tanti albanesi in Italia?

“Avevo letto tantissimo e mi ricordo quello sbarco nel ’91, volevo che fosse una violoncellista e volevo che fosse completamente diversa da lui. E la verità è che Dasha, pur essendo vissuta sotto il regime, quindi in un paese in cui non c’era la libertà, a cinque anni mandata a studiare a Tirana per amore del padre… eppure Dasha è più solida di Jacopo perchè ha la famiglia. Quindi volevo che lei avesse alle spalle una famiglia particolare, ma non una famiglia italiana, borghese o anche proletaria. Così mi sono ricordata di questa storia e ho avuto l’idea di questa ragazza nel barcone abbracciata al suo violoncello: un’immagine che mi è venuta e da lì ho iniziato a costruire la storia di lei.”

Come hai fatto a rendere la magia che si vive tra i due protagonisti quando suonano?
Riesce a rendere a parole una grande emozione.

“Io avevo i due personaggi, a quel punto avevo le due storie, mi sono trovata lì e mi sono chiesta come avrei potuto unirle e siccome sono amata, evidentemente, chiaccherando con un mio amico che è un professore di un’orchestra gli ho chiesto un concerto con violino e violoncello e quando ho ascoltato il Doppio di Brahms ho capito che sarebbe stato perfetto perché è realmente una conversazione; cioè se voi lo ascoltate l’orchestra c’è ed è anche possente però è veramente come se si parlassero tra di loro e in quel momento ho capito che il romanzo è il concerto.
È deliberatamente un romanzo breve perché è un concerto, non è una sinfonia quindi deve avere la compattezza del concerto.

Recensione

❤️❤️❤️❤️❤️

In fondo, ciascuno a suo modo, siamo dei sopravvissuti, Jacopo. Forse avremmo fatto meglio a raccontarci da subito la nostra infanzia, ci saremmo conosciuti sul serio e avremmo capito perché quando suoniamo insieme ci sentiamo invulnerabili.

Jacopo e Dasha due animi molto diversi che trovano la loro pace nello stesso modo: attraverso la musica.

∼Jacopo
Quella sera mi ero addormentato tenendolo stretto fra le braccia, immaginandomi musicista. Non sarei stato più obbligato a raccontare di me con le parole, a parlare con gli altri o a sforzarmi di capire quello che mi dicevano. Nella mia vita sarebbero entrati altri segni, altri margini, altri spazi.
Le note. Con il loro mistero.

∼Dasha
Lo amavo quando accoglieva il mio abbraccio, lo amavo quando tornava silenzioso, slacciavo gli spartiti con solennità, aprivo e chiudevo la custodia con ingordigia, le mie dita iniziarono a svolgere obbedienti il loro compito. Non sentivo più la stanchezza. La musica mi portava via e l’essere via era il mio stato di grazia.

Lui è uno degli Innocenti, un bambino abbandonato alle porte dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, adottato all’età di sei anni, resta orfano della madre adottiva che nemmeno grazie all’amore per lui riesce a superare la sua depressione e si uccide.
Lei è molto più giovane di lui ma è una donna matura per la sua età. Una maturità scaturita forse dal regime albanese in cui è cresciuta e da cui è fuggita, suo malgrado, con una nave che l’ha portata sulle coste italiane nel ’91.

La loro è una storia d’amore unica, tragica ed emozionante.
Jacopo è un uomo affascinante ma fragile, che risente moltissimo dell’abbandono della madre e della scomparsa prematura della madre adottiva. Si è costruito una corazza di indiferrenza intorno al cuore che gli permette di nascondere la sua paura, facendo forza sulla sua perenne tristezza e malinconia. Dasha sembra smuovere quel cuore così impaurito: la violoncellista rappresenta la libertà, la voglia di amore e vivere la propria vita che cozza contro l’animo cupo di Jacopo.

Di solito il dolore respinge e va nascosto, almeno all’inizio, alle persone non piacciono le brutte notizie, la malinconia è accettata soltanto quando è poesia. O musica. Per noi è stata motivo di attrazione, un travaso l’uno nell’altra.
Sentivamo insieme.

Gli Innocenti” è un lungo dialogo tra i due protagonisti mentre suonano il Doppio concerto per violino e violoncello di Brahms e durante questa “conversazione musicale” ripercorriamo insieme a loro la loro storia d’amore. Quello tra Dasha e Jacopo è un dialogo muto, le parole sono la musica e attraverso di essa riescono a dirsi ciò che a parole non riescono.

La particolarità, infatti, di questo romanzo breve è proprio l’assenza dei dialoghi e lo stile così delicato, etereo e musicale dell’autrice.

Paola Calvetti ha saputo costruire due personaggi complessi e sfaccettati. L’autrice ha saputo trasmettere anche compassione e vicinanza soprattutto per Jacopo, la figura cruciale all’interno del romanzo, che alla fine è solo un uomo segnato dall’abbandono peggiore di tutti.
 
Gli innocenti” è una storia d’amore ma non solo, è anche la storia di due anime spezzate che trovano rifugio nella forza salvifica della musica.
 
Leggere questo romanzo è stato come essere accompagnata dall’autrice a un concerto di musica classica: Paola Calvetti mi ha preso per mano e in modo raffinato e delicato mi ha fatto accomodare, riempiendo i miei sensi di musica, emozioni e malinconia.
 
Mentre l’aria tiepida d’inizio estate mi accarezza il viso, io mi sento un errore vivente e non riesco a muovermi dal porticato, salgo i gradini fra le colonne come a voler fissare nuovi dettagli. Meriterei una targa commemorativa sulla facciata per la mia cocciutaggine. Ho abitato decine di luoghi e ci sono voluti anni prima che trovassi il coraggio di calpestare di nuovo questo selciato.
Oh, come vorrei che Firenze mostrasse compassione per la mia malinconia!