Recensione: La vita non dura un quarto d’ora di William A. Prada

Trama:

William A. Prada apre il suo cuore e mette insieme un libro toccante il cui genere è di difficile collocazione. A metà strada tra l’epistolario e il racconto, “La vita non dura un quarto d’ora” raccoglie aneddoti, confessioni, piccoli racconti ed emozioni che ruotano attorno alla figura amata del padre dell’autore. Col cuore in mano, Prada dedica al padre scomparso il canto del suo amore, con la consapevolezza che l’essersi temporaneamente “allontanato” del padre coincide con quel viaggio che ciascuno di noi deve affrontare dopo la morte. A quell’uomo tanto amato, Prada invia, come in una missiva intima e delicata, parole sincere e struggenti. Un libro prezioso che ci pone davanti a quel dolore connaturato nella vita di ciascuno, ma per il quale non si è mai abbastanza preparati.

 

Recensione:

Non classificabile.

Inizio la recensione di questo “scritto” con questo voto diretto e chiaro.

Innanzitutto, lo definisco “scritto” perché non è un romanzo ma un’accozzaglia di frasi senza alcun senso logico.

Lo stesso autore, infatti scrive:

(Dalla Prefazione)

Riassumendo, possiamo dire che puoi stare tranquillo e dormire sogni super tranquilli. Ora, però, torniamo “on”, come si dice in questi casi. Quindi, dove eravamo rimasti? E’ una  vita intera che volevo dirlo. Si, che questa che stai per leggere è semplicemente una lettera, che in un momento “un po’ così” ho deciso di scrivere. Ti dico subito che non mi ha portato via molto lavoro e molto tempo.  Diciamo una decina di minuti al massimo, però ti dico subito che è naturale e sincera come la volevo. Per la serie: “né più né meno”, senza fronzoli o troppe correzioni. E’ un po’ come se non fosse stata la penna a scriverla, o la testa a pensarla. E’ un po’ come se fosse sgorgata direttamente dal cuore e, credimi, non voglio sembrarti banale con certi frasari o con certi atteggiamenti: non è da me essere troppo sdolcinato o troppo romantico, ma sono consapevole che.. quando ci vuole ci vuole.

 

Tutto questo è confermato con le pagine seguenti.

Penso anche alle cose che non ci siamo dette, o alla domande che potrei farti. “Per esempio?”, mi chiedi. Per esempio se il Paradiso esiste ancora, o se lì da te c’è l’acqua calda. Altra cosa: c’è da fumare? Lo so, te l’ho già chiesto, ma ti prego, dimmi di si, mentre tu non mi rispondi mai. Ed è proprio qui che penso che, a chiederti certe cose, perderei soltanto tempo. Forse è proprio qui che penso sia meglio rimanere così, in silenzio.

Fa strano però dire ancora “io”. Insomma, sono sempre io, che ho intenzione di regalare alla gente questi pensieri convulsi, questa lettera senza filtro, che poi tanto lettera non è. Si, perché è più un’accozzaglia di parole sparse, mentre sentivo il bisogno di stare un poco al tuo fianco, hai capito?

Concludo con quest’ultimo estratto, che insieme ai precedenti,  valgono più di tante altre parole.

Ah, quasi mi dimenticavo. Pensa, non ho nemmeno iniziato a fumare. Come? Si, ce l’ho fatta a non iniziare: hai visto come sono stato bravo? Si, lo penso anch’io, e penso che, arrivati fino a questo punto, sia difficile persino iniziare, non credi? Oh, ho detto: “Non credi”, cos’è, sei diventato sordo?! Eh già, che stupido.. Che stupido sono, ho ancora un sacco di anni per aspettare la tua risposta, ma sto tranquillo: la risposta arriva, eccome se arriva! Dopotutto, caro il mio William, basta solamente aspettare un poco.

Questo testo manca di editing e di struttura, ha un lessico scorretto e troppo gergale: nella prefazione troviamo persino un’emoticon “ 🙂 ” .

C’è bisogno di aggiungere altro?