Adélaide De Clermont-Tonnere a Tempo di Libri presenta “L’ultimo di noi”

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Buongiorno lettori, se non avete potuto partecipare all’incontro a Tempo di Libri

tra Adélaide De Clermont-Tonnere, Margherita Oggero e Maurizio Cabona

vi riporto qui di seguito l’interessante intervista!

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Trama

Dresda, 1945. Sotto un diluvio di bombe, una ragazza muore dando alla luce un figlio. Nell’affidarlo alla carità di estranei, consegna loro anche il nome del neonato, come una promessa di futuro.
New York, 1969. Nella Manhattan di Andy Warhol e Jimi Hendrix, un giovane imprenditore rampante è pronto a tutto pur di conquistarsi un posto nel mondo e nel cuore dell’unica donna che è riuscita a farlo innamorare. Lui, Werner, orfano di genitori ignoti, è convinto di poter scrivere la propria vita da zero. Lei, Rebecca, figlia di uno degli uomini più facoltosi d’America, è uno spirito libero. La passione li travolge senza limiti. Ma la felicità ha le ore contate. Una rivelazione inattesa strappa a Werner quel futuro che credeva di avere già in pugno. C’è qualcosa, nelle sue origini oscure, che rischia di separarlo per sempre da Rebecca. Se vuole davvero lottare per il suo amore, Werner dovrà fare i conti con il passato, ripercorrendo a ritroso la storia alla ricerca della sua vera identità, la cui unica traccia è cucita da sempre dentro i suoi vestiti di bimbo: “Si chiama Werner Zilch. Non cambiategli il nome, è l’ultimo di noi.

Il male esiste, i sadici esistono. Inutile cercare delle scusanti, non ne hanno. È la loro indole profonda. Provano piacere a infliggere dolore. Bisogna evitarli o, se si hanno i mezzi, eliminarli, ma spesso, noi che siamo persone con una coscienza abbiamo limiti che gente come quella non conosce.

“Quando riusciremo a superarla, la nostra sarà la storia d’amore più bella del mondo. Werner, se le nostre strade si sono incrociate è perché questa colpa esiste e tu e io, insieme, dobbiamo riscattarla.”

Negli anni Sessanta le ragazze si facevano un punto d’onore di sfruttare la nuova libertà. Erano entrate in una sorta di competizione, e la gara consisteva nel vivere appieno la sessualità, non nel reprimerla. Ne ho approfittato, lo confesso. L’amore era solo un gioco, ma quel fortunato periodo è finito il giorno in cui, al ristorante Gioccardi, una giovane donna ha fatto scempio della mia spensieratezza con i suoi sandali blu.

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Accanto al romanzo di formazione, si intreccia un altro genere che è il romanzo d’amore: tra Werner e la giovane donna dai sandali blu di cui abbiamo sentito parlare; c’è il filone storico e di guerra e anche una componente thriller. La mia domanda è: come mai ha deciso di creare un intreccio tra questi quattro generi?

“È vero, tutto questo è nato da una conversazione che ho avuto con un editore il quale mi ha detto che quando si scrive un libro bisogna operare delle scelte e io non sono brava a farlo, anche solo davanti a un menu di un ristorante cinese mi trovo persa. Io amo i libri che descrivono la vita e nella vita noi non abbiamo diversi generi tra cui scegliere; nella vita abbiamo il dramma, il riso, le lacrime.
Quindi secondo me un libro è bello quando al suo interno viene condensato tutto ciò che rappresentano le nostre vite.

In questo libro, tra l’altro, lei ha anche fatto una scelta stilistica abbastanza significativa saltando non solo tra due livelli temporali ma variando anche la voce narrante perché nei capitoli di Werner è lui stesso la voce narrante, invece negli altri il narratore è omniscente con l’uso della terza persona. Come mai?

“Ho dato voce a Werner in prima persona perché è importante far parlare il personaggio e poi la cosa che mi ha divertito di più è stato riuscire a calarmi nei panni di un uomo perché molte volte le donne si sono chieste ‘chissà come è pensare e agire come un uomo‘ ed è stata una vera e propria sfida per me, non solo letteraria, ma anche una sorta di esperimento scientifico e quindi parlare in prima persona attraverso Werner è stato come portare in primo piano questo personaggio.

Invece per quello che riguarda l’epoca storica, possono sembrare delle epoche molto distanti tra loro però in realtà vediamo che tutto quello che facevano queste persone prese dal forte entusiasmo, prima degli anni ’60 e poi degli anni ’70, in realtà altro non è che una reazione a tutte le bruttere e agli orrori della guerra; sono delle pulsioni vitali che portano l’uomo a guardare avanti.

Il viaggio nel tempo, il viaggio nello spazio, l’Europa, l’America.. nello stesso tempo un’America negli anni ’70 che ha tutte le sindromi della Francia degli anni ’80/’90: è un caso?

“Io, invece, non ho fatto tutti questi ragionamenti. Sono andata un po’ più liscia, diciamo. La cosa che mi ha portato a fare queste scelte è stato l’interesse per un personaggio in particolare, un personaggio di Von Broun che all’epoca della fine della guerra aveva neanche trent’anni, era un vero genio ed era l’asso nella manica di Hitler perché era porprio lui che aveva inventato il missile V2 con il quale avevano raso al suolo Londra e nonostante ciò è riuscito tramite un’azione di intelligence americana insieme a un gruppo di colleghi a andare negli stati uniti e rifarsi una vita al punto di diventare il direttore del programma spaziale della nasa ed è lui che aiuta gli americani a compiere i primi passi sulla luna. Quindi questo personaggio è per eccellenza un personaggio che ripropone la figura della persona che non è nè bianca ne nera perché è un complesso di immagini e figure, è una comolessità che ho trovato molto interessante analizzare.

Il ruolo della musica e la presenza di certi cantanti all’interno del romanzo, ce ne può parlare?

“Si, è vero, ho voluto far rivivere questa New York viva, febbrile, creativa degli anni ’60 e ’70 perché ha rappresentato un momento veramente straordinario dal punto di vista artistico della libertà e della creatività. È un po’ come queste canzoni che ho introdotto un po’ come la colonna sonora di un film: infatti, qua e là sentiamo le note di Bob Dylan e altri e poi dopo anche qua e là si intravede nella storia l’apparizione di Andy Warhol, cioè di tutti quegli artisti che a partire da quel momento hanno lasciato un’impronta che ancora adesso rimane nell’arte e nella storia.

Sono successe diverse stranezze durante la stesura di questo libro: per esempio, due dei personaggi del libro sono due fratelli che si odiano e il loro odio poi viene protratto e si spiegherà verso la fine del libro. In quel periodo io ero incinta e credevo di aspettare una bambina, invece, dopo aver fatto gli esami ho scoperto non solo che non era una femmina ma che erano due gemelli maschi. Sono un po’ superstiziosa e dal momento che avevo creato questi due personaggi gemelli temevo che anche i miei due gemelli potessero essere influenzati dal mio libro, quindi odiarsi e distruggere la mia famiglia. È così che ho deciso di distanziarli leggermente e trasformarli in fratello maggiore e fratello minore. 

Un altro episodio in cui abbiamo visto che la finzione ha incontrato la realtà o comunque l’ha anticipata, è un altro episodio: mi ha molto colpito mentre la preparavo la descrizione della nascita di Werner durante i bombardamenti a Dresda, quando poi la madre è morta. Ero talmente sconvolta dopo aver finito questo pezzo che dopo un po’ di tempo sono andata a parlarne da una collega scrittrice un po’ più grande di me e le ho raccontato questo episodio che ho scritto e mentre gliene parlavo ho visto che lei è diventata pallida, bianca come un lenzuolo e mi ha detto ‘Ma guarda che anche io sono nata così. Nel ’45 durante i bombardamenti a Parigi mia madre è morta e sono stata salvata grazie a un intervento di un’infermiera che mi ha fatto nascere con un cesareo.‘ “

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Questa non è la presentazione completa,

ma vi ho riportato le parti, per me, più interessanti!

Spero che vi sia piaciuto leggerla e vi ricordo che potete trovre la mia recensione qui:

L’ultimo di noi

Buona giornata, readers!